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madre perfetta

Fine settimana montano.

A Milano ci saranno 35° all’ombra, aria che si appiccica addosso. A quasi duemilametri il sole è caldo, ma l’ombra è fresca, più che fresca. Per non parlare dell’ora dei cena poi: quel brivido di freddo che non lo sopporti a novembre, ma che ad inizio estate non vedi l’ora di sentirlo.

Ed è stato lì che ho capito.

Quando ti nasce la prima figlia, sei tutta protesa verso il suo futuro e verso il tuo destino di madre. Di madre auspicabilmente perfetta.

L’amore per la prima figlia è incondizionato e assoluto. Vivi costantemente con la sensazione che sei l’unica persona al mondo ad aver mai provato quei sentimenti e ad aver mai avuto quella fortuna di una figlia così bella e così dotata, tanto che passi parte del tuo tempo a dispiacerti per gli altri.

La vita è tutta un “se questa tutina non è stata candeggiata in modo gentile, allora rilaviamola”, la pappa deve essere rigorosamente biologica altrimenti è meglio che digiuni, “non potremmo spostare sulla stazione di musica classica?”, i viaggi di Ulisse sono il suo racconto a puntate per la buonanotte, con lei fai solo giochi montessoriani e passi tempo insieme a volontà.

Ti specchi ininterrottamente nei presunti successi di quella bambina e rischi di entrare involontariamente in una spirale di narcisismo puteabondo.

Quando ti nasce il secondo figlio, tanti equilibri cambiano. Lo ami in un modo più pieno e sereno, anche se conservi un certo stupore perchè sotto sotto continui a non capire come sia possibile che nel cuore avessi ancora spazio.

La vita è tutta un “macchiato ma pulito, glielo metto lo stesso”, accetti di fargli indossare vestitini con le paillettes, se necessario, “perchè tanto si vede dalla faccia che è maschio”, introduci grassi saturi con una certa frequenza nella dieta settimanale, lo svezzi leggermente prima dei tempi, avendo cura -una volta su due- che non si strozzi, i giochi montessoriani diventano magicamente dei tupperware della cucina di cui oramai non trovi più il coperchio, e dai racconti di Ulisse passi alla storia della gallinella Bianchina, che finisce prima.

Ti specchi molto di meno nel secondo figlio, lo lasci più libero di essere quello che vuole e quello che può.

E quando leggi negli occhi dei tuoi amici che se passano un’ora con lui si sentono come in una cabina telefonica con un petardo acceso, ti nascondi dietro la rigorosa applicazione di una teoria neozelandese che invita a non reprimere l’indole dei bambini. “D’altra parte, guardate la prima figlia come mi è venuta bene…”

E poi ti nasce la terza figlia. E a quel punto (e solo a quel punto) ti rendi conto che il cuore ha uno spazio infinito e capisci per la prima volta cosa significa amare sfrenatamente una personcina che può essere liberamente quello che è e che non ha niente da doverti dimostrare.

La vita è tutta un “…anche se è sporco, glielo metto lo stesso”, la svezzi un giorno a caso in un agriturismo a Fiesole con delle pappardelle al ragù di lepre (“Mi potreste fare per caso una pastina piccola?” “No” “Ok, vanno bene pappardelle, allora”). Non è Ulisse, ma non è neppure più la gallinella Bianchina: se per la nanna le racconti una storia, rischi di perdere i sensi sulla poltrona e quindi la addormenti cantanticchiandole in falsetto  “Tanti auguri a te“, perchè è veloce e sai che le piace. Oramai i famosi tupperware non li trovi neppure più e quindi le fai passare ore ad impilare i tappi di sughero che conservi dal lontano 2006. E quando trovi un tappo con un pezzo di sughero mancante controlli se il pezzo l’ha ingoiato solo perchè se lo ritrovi lo incolli: oh, alla fine a quei tappi tieni un sacco. Metti ancora la prima figlia sull’altalena aggiustandole il vestitino sotto al popò per non farlo stropicciare, ma fai arrampicare la terza sullo scivolo dei grandi da sola, convinta che “se lo fa, avrà la sensazione di esserne capace”.

E parti per il fine settimana montano fresco, anzi più che fresco dimenticandoti di portarle alcunchè di pesante, fosse anche per sbaglio.

“Che dici, mettendole il pezzo-di-sopra-del-pigiama di Giulio e avvolgendola poi nel tuo foulard, se non inciampa, dovremmo crearle un tepore accettabile, no?” mi chiede il marito.

“Sì, sì, penso di sì'” Rispondo io sovrappensiero, mentre faccio scegliere a Bianca il colore del cerchietto che preferiva indossare per la cena.

Per fortuna mi ero ricordata di portarne ben tre.