Intensità 

Tag

, , ,

Non ci capita più così spesso di poter vivere qualche momento dedicato unicamente a noi, ma quando questo succede mi sorprende sempre uno sguardo, la capacità di raccontarsi i sogni e quella prepotente intensità che riesce a sprigionarsi in così pochi attimi.

Qualche giorno fa, complice quella particolare atmosfera dei momenti che non vuoi sciupare, il marito mi chiede:

– Da quanto è esattamente che stiamo insieme? Saranno almeno undici anni?

– Precisamente, gli confermo.

– Sai, l’altro giorno pensavo che c’è una cosa che in tutti questi anni forse non ti ho mai detto…

– E allora sentiamola, gli dico appoggiandomi allo schienale della sedia.

– …non mi sono mai piaciute le scarpe che ti compri.

Ah, però.

Annunci

Ma d’altra parte…

Tag

, , , , , , ,

 

d'altraparteVivo ancora quel momento fatato in cui per i miei figli sono qualcuno. Diciamo, anzi, che sono ben più di qualcuno.

Le mie storie di fantasmi sono davvero di paura, quando mi fanno compagnia mentre mi vesto sono “sempre bellissima, mamma, se sono io a pettinare, allora i nodi non fanno male.

Il mio bacio della buonanotte è l’unica porta di accesso per i sogni d’oro.

Vivo tutto questo cercando di tenere a bada gli effetti devastanti causati dalla consapevolezza che tutto ciò è temporaneo.

Osservo bambine e bambini di varie età, incontrati per strada con le loro mamme e mi dico: a cinque anni ancora vincerò a mani basse. Tra i sette e gli otto potrò trovare ancora qualcosa da dire. Già verso i nove l’equilibrio rischia di essere precario: dovrò fare del mio meglio. Dai dieci in poi, probabilmente meglio chiedere la resa…

Certo, se guardo i bambini e non le bambine l’orizzonte si allunga, ed è solo per questo che accetto di buon grado le irresistibili sevizie del piccolo dissennatore, perchè le considero un investimento per il mio ego futuro.

Tutto ciò premesso, da un anno ho cambiato casa, palazzo e città. E si dà il caso che al piano di sopra del mio nuovo appartamento abiti una delle persone più geniali tra quelle che trovo in circolazione: Rocco Tanica.

Cioè, ho detto Rocco Tanica, signori. Chi non lo conoscesse vada subito su Google, è un ordine.

Da quando l’ho scoperto capisco perchè la tata dimentica le chiavi di casa così di frequente: nel mio palazzo, bivaccare sul pianerottolo può essere estremamente appagante.

Baschetto, gilet, sorriso ed un meraviglioso senso di leggerezza: Rocco strega chiunque.

A volte, devo ammettere, è anche stregato, come quella volta in cui il marito stava trasportando un materasso che si era espanso a dismisura per le scale, occupando tutta l’area libera tra muro e ringhiera. Incrociatolo casualmente mentre usciva, è riuscito a farsi aiutare per una ventina di minuti (senza mostrare alcun rimorso) prima a disincastrarlo e successivamente a trasportarlo per più piani, devastandogli di calcinacci il completo delle feste che indossava e con quello, conseguentemente, chissà quale strepitosa serata.

Ma Rocco non fa una piega. Disponibile e simpatico, ogni volta che può scambia due chiacchiere con grande piacere.

Così come l’altro giorno, in cui incrocia la piccola dissennatrice che entrava nell’androne del palazzo 2 minuti prima di noi, che eravamo invece entrambi occupati ad evitare i mille-modi-di-suicidio-più-uno che Giulio tenta quando ne intravede la minima possibilità.

Avvicinandoci al portone, sentiamo un chiacchiericcio soffuso. Rocco, con in mano una pianta di gerani rosa, e Bianca che, di fronte a lui,  giocherellava vezzosamente con la sua collana colorata.

“Eccoli, hai visto che sono arrivati?” le dice chiudendo un discorso. “Chi sono loro? La tua mamma ed il tuo papà?”

“No” risponde lei senza neppure guardarci. “Loro sono dei miei cugini di Roma“.

Non pensavo a soli tre anni, ma d’altra parte io lo sapevo che quel momento sarebbe arrivato.

Good vibrations

Tag

, , , , ,

Image-1“La senti?”

“Di che parli?”

“Aspetta, aspetta che ti dico io…. (cade il silenzio, un silenzio densissimo). Eccola. Sentita?”

“Ma cosa?”

“Dai, senti ora… ohhh che nervoso!!!!!!! Eccola! Sentita ora?”

“Scusa amore, ma di che stiamo parlando?”

Più o meno iniziano tutte così le discussioni con il marito in auto, almeno da quando siamo passati al cambio automatico, che ha ridotto drasticamente tutta quell’altra famiglia di discussioni che cominciavano con il più consueto: “Ti sembra normale essere in terza con questo numero di giri?”

La verità, però, è che io lo so di cosa stiamo parlando. La verità, è che io lo so benissimo.

Toccare questo argomento è decidere di dare inizio ad un’annosa diatriba, quasi sempre sopita, sulle differenze tra l’universo femminile e quello maschile. Sulle differenze biologiche, intendo.

Qualunque donna che abbia fatto un viaggio in auto con un uomo sa che a noi non è quasi mai dato sentire quelle impercettibili vibrazioni originate dal famoso non-so-cosa che vibra contro un non-so-che, che dunque a sua volta produce il tremolio di un nonnulla che perfora la testa del passeggero maschile, fino a fargli perdere nell’ordine il filo del discorso, la calma, le buone maniere per poi arrivare al sonno.

E fidatevi: se siete con un uomo in auto e quest’uomo non vi dice che sente una leggerissima ma urticante vibrazione, è solo perchè non avete l’adeguato livello di confidenza. Quando il discorso langue, lui è lì che cerca di determinarne la causa.

E’ matematico: la quasi totalità degli uomini percepisce suoni in auto che poche donne riescono ad identificare.

Ho passato più e più viaggi facendo aderire, con un contorsionismo perfetto, l’orecchio al vano portaoggetti o alla bocchetta dell’aria condizionata, ma non ho mai sentito alcuna vibrazione degna di questo nome.

Detto questo, io a passare per insensibile non ci sto.

“Guarda che tu pensi che sono superficiale, ma anche io qualche giorno fa mi sono accorta di un rumore mentre guidavo e mi sono fermata per capire di cosa si trattasse”.

“Ma va?”

“Ti dico di sì…”

“E hai capito da cosa dipendeva?”

“Si, dal fatto che avevo agganciato sotto la macchina uno scatolone di cartone e me lo stavo trascinando per strada…”

“Scendi.”

 

 

Nunno

Tag

, , , ,

nunno
Io da piccola avevo un cane immaginario. Non ne ricordo il nome, ma era uno Yorkshire.

Sono davvero l’ultima persona che può mettere bocca sul fatto che la piccola dissennatrice abbia un amico immaginario e infatti me ne guarderei bene dal farlo, se non stessimo parlando di “Nunno”.

Le cose più strane che fa Bibi gliele ha chieste Nunno, spesso viene con lei quando usciamo o a volte lo incrociamo per strada. Se non fosse così evidentemente brutto, il padre ne sarebbe già geloso. Gli conserviamo dei biscotti, un posto in auto e a volte dobbiamo schizzare via dal divano perché lo stiamo schiacciando, povero.

Ultimamente gira accompagnato da Tatti e Titta, due sue amiche di una tale antipatia che Bibi deve sempre ricordarci che sono amiche solo di Nunno e a lei sono antipatiche. Ma fin qui tutto bene, con tutto quello che ci succede è il minimo dei problemi.

Qualche tempo fa, però, nell’uscire da un ristorante e Bibi si è resa conto solo arrivando fuori che Nunno era rimasto dentro. “No ‘o possiamo lasciare, mamma!!!” MaffiguratiselasciamoNunno, amoremio!
Dunque siamo rientrate. Nunno aveva avuto la geniale idea di salire sul pergolato. Bibi lo ha chiamato, ma evidentemente non deve avere un buon udito, perchè ci ha sentito solo quando ho iniziato a chiamarlo anche io. Finalmente, sommo cum gaudio mio e di tutti gli altri avventori, la piccola dissennatrice ha annunciato tutta soddisfatta: “Eccolo, sta scendendo!”.

Assafà, pensavo, mentre in maniera disinvolta guardavo tra i tavoli per assicurarmi che nessuno di mia conoscenza avesse visto la scena.

Attendiamo, Nunno scendeva piano. Quando ha toccato terra Bianca si è girata verso di me e mi ha detto: “Adesso portalo tu, perchè pesa”.

Ha girato le spalle e si è avviata verso l’uscita. Io ho preso Nunno e l’ho seguita.
Dopo tutto quello sforzo, potevo mica lasciarlo lì?

Figuratevi se non reggo…

Tag

, , , ,

Asilo nido

Tranquilli che reggo.

Reggo, reggo, reggo, reggo, reggo, reggo. Se mai vi venisse qualche dubbio, sappiate che reggo.

Reggo, reggo, reggo. Posso dare l’impressione contraria, ma vi stupirò. Io reggo.

Reggo, reggo, reggo, reggo. Eccome se reggo. Reggo a tutto.

Anche quando la piccola dissennatrice, in preda a simil-convulsioni pre-ingresso al suo nuovo nido, mi urla: “Io voglio casa!!!! Perchè non mi porti a casa, mammaaa? La vacanza era chiusa?”

Sbriciolata in millemilioni di pezzettini, ma ce la farò. O almeno spero.

Mostri di soreta…

Tag

, , , , , , , , ,

mostri

Mariti triestini che scelgono in solitaria le destinazioni per vacanze estive portano, con molta probabilità, ad arrivare in luoghi di incomparabile bellezza, ma con ben 118 alti gradini in pietra scoscesa per arrivare dalla spiaggia alla tua casa.

La prima sera, dopo averla portata a mangiare un gelato accanto alle canoe ritirate a secca, la piccola dissennatrice inizia a fare le scale a quattro a quattro per ritirarsi e fare la nanna.

“Mamma, c’è un mostro. C’è un mostro lontano, ‘o bbedi? Mi fa paura. Mamma, mi fa paura. Mi fa pa-uuu-ra. Mammaaaa…” e aggiunge la sua mitica locuzione omnicomprensiva: “Mamma, io-voglio-in-braccio!!!!”

Non sarebbe servito dirlo una volta in più, mi ero già irrimediabilmente intenerita.

Caricata sulla schiena, continuo a salire le scale con l’atteggiamento sportivo di chi è abituato a ben altre fatiche, ma ben presto (naturalmente in concomitanza con una persona che scendeva, giusto così per poter fare la mia solita figura) ho un mancamento. 13kg sono tanti se sommati a tutto quello che avevo a tracolla e in mano.

“Bibi, ce la fai a camminare?” “No, mamma, il mostro mi fa paura. Io-voglio-in-braccio!”.

E così superiamo il 20°, il 30° il 40° scalino, ma la situazione non mutava. Questo mostro lontano che le faceva paura. Questo maledettissimo mostro lontano…

“Mamma, c’è il mostro lontano, mi fa pauuuuura….”

Chissà che fattezze aveva questo mostro, chissà quanto era cattivo… Avventurandomi verso l’ultima parte delle scale dove la luce dei lampioni era sempre più fioca, iniziavo a suggestionarmi anche io.

“Mi fa pauraaaa”.

E così alla fine, quasi arrivata a casa, decido di rassicurare lei per rassicurare me stessa.

“Bianca, dai, non avere paura!!! Che farà mai questo mostro se ti vede, ti mangia?”

“Noooooooo!” mi risponde con aria di superiorità “Non mangia Bibi, mangia Giulio. Il mostro è mio amico!!!”

Macheccazzzzzz!!!!

Due mesi due

Tag

, , , ,

  
Non mi curo di millenni di speculazioni scientifiche, di raffinate concezioni politiche e religiose né tantomeno di tradizioni e culture secolari.

Da due o tre anni a questa parte, il calendario che ho adottato si compone di soli due mesi. Di due lunghissimi mesi.

Il primo si chiama “Chebellochesaràpoterdormirescoperti” ed il secondo si chiama “Chebellochesaràpoterdormirecoperti”.

Risolve alla radice anche il problema degli anni bisestili. 

Fateci un pensiero.

\ciucciofori_2.0

Tag

, , , , , , ,

  

Va tutto bene, anzi va bene tutto: non ho mai pensato di fare guerre di principio e generalizzate contro il ciuccio in quanto tale.

Se dovessi dirvi, per come vedo che allevia i momenti no, qualche volta ho pensato che non sarebbe male istituzionalizzare anche un ciuccio per gli adulti.

Certo è, peró, che da quando la piccola dissennatrice ha iniziato a rispondere come Don Lurio alla domanda “Come va?”, ossia dicendo: “Ciuccio bene, ciuccio bene”, puranco a me (che non sono una mente sopraffina) qualcosa ha iniziato a puzzare.

Ed in effetti da lì a pochi giorni abbiamo raggiunto il culmine, quando Ella, rapita dall’estasi del sughetto delle polpette, è corsa a recuperarlo nella sua culla e ha iniziato a fare la scarpetta col ciuccio.

Messaggio ricevuto forte e chiaro: era arrivato il momento di porre qualche limite.

Ora lo sappiamo tutti, Felicetto compreso: il ciuccio si usa prevalentemente per la nanna e per superare qualche momento di grave frustrazione. 

Felicetto, per dirla tutta, conosce momenti di grave frustrazione principalmente quando ha il ciuccio, perché scambiandolo per una grande caramella mou, si danna di non riuscire ad ingurgitarlo tutto. La stazza non è acqua, ma poi con un tozzo di pane raffermo gli passa tutto.

Ma per tornare alla mia adorabile dissennatrice, facendo parte della generazione post-digitale, non mi sembra che si perda d’animo per questo improvviso razionamento del ciuccio.

Quando non lo può avere fisicamente, ultimamente mi chiede: “Mamma, ‘o poi disegnare un ciuccio?” e quando, storto o morto, lo vede in effige, mi guarda con aria angelica e mi dice: ” ‘O potto pendere quetto?”.

Mi vedo male. Mi vedo molto, ma molto, ma molto male. 

Messaggi subliminali

Tag

, ,

  Lo so, non si fa. Una mamma non si allontana due settimane, ma mi è scappato: giuro che così non lo faccio più.

Poi torno a casa con la valigia e un cuore in subuglio, li trovo tutti benissimo. Quasi mi dispiace essere, tutto sommato, rimpiazzabile.

Il marito mostra un leggera pesantezza alla testa. Secondo me è perchè gli è spuntata un’aureola da una quindicina di giorni e lui non la sa ancora portare. 

Felicetto mostra due incisivi castoriali, ora gattona e, non appena può, si alza in piedi con una mano sola, assumendo pose seduttive alla Clark Gable. Bello, unico, irresistibile. E denso, quasi più di prima, se possibile.

E poi c’è lei: la regina delle dissennatrici. Il mio grande amore. Ha due anni e qualche mese, ma i dialoghi con lei oramai sono già di questo tipo:

“Ciao mamma. Come tai? Tai bene? Sei andata a laboro in uppicio? C’erano i colleghi?”

E quanso le chiedo: “Ma tu, Bibi, dimmi come stai?” Lei risponde: “Io bene, bene, tutto bene”

Prima del pircing e del: “Mà, stanotte dormo fuori”, queste sono le prime frasi che indicano la fine dell’età dell’innocenza, almeno per una madre.

A tavola ieri sera le facevo qualche domanda, così, giusto per iniziare a rimarcare il territorio: 

“Bibi, dimmi allora, lui chi è?”

“Lui è GGiuio. È il fratello mio”

“E lui?”

“Lui è papà”

“E io?”

“Tu sei mamma Maura”

“Brava amore!” E poi, sventuratamente le chiedo: “E tu chi sei?”

“Io sono una mugnaia.”

Guardo il marito, ho bisogno di sapere. 

Lui si accartoccia sotto al tavolo a fingendo di recuperare un sonaglio di Felicetto. Da lì mi dice: “Non guardare me…”

Ok, ok, messaggio ricevuto: non me ne vado piu.

Schiava delle semicrome

Tag

, , , , , , ,

 
Roma, interno notte

“Bibi, che ore sono?”

“Ora di fare ‘aaa nanna.”

“Bravissima, vuoi che cantiamo una canzone?”

“Stellastellinaaaaa!”

Ed è questo quello che mi frega: il sapere di avere un mio pubblico. 

Come per magia, quando devo cantare una canzone, la stanza diventa subito un palcoscenico, la fiochissima lucetta per la notte diventa un occhio di bue puntato su di me, la canottiera di licra nera si riempie di paillettes ed eccoci signori: tutti pronti per una performance superba! L’ennesima, mi permetto di dire.

Canto tutto quello che mi capita a tiro con passione ed assumo, in silenzio, un’aria rapita quando in testa l’orchestra mi suona la parte strumentale. Nei miei arrangiamenti concedo sempre grande spazio al sax.

Acuti, falsetti, pause: ah, quanto ci tengo a rispettare le giuste pause…

E quindi torniamo a noi:

“Stella stellinaaaa – pausa”

“Duv’è??? Duv’è ‘aaa stellina?” 

“Amore non mi devi fare domande, la canzone prevede una pausa. Chiudi gli occhietti e ascolta.”

“Stella stellina – pausa – la notte si avvicina – pausa”

“Che èèè? Mamma che èè ‘aaa notte?”

“Bibi, amore, ti ho detto di non interrompere la canzone. Non mi ero fermata, capito? È la canzone che prevede una pausa, d’accordo? Dai, chiudi gli occhietti…”

“La fiamma traballa, la mucca è nella stalla – pausa”

“Muuuuuu. ‘A mucca mamma: Muuu”

“Tesoro, senti questa: Ninnanannaninnaòquestabimbacchìladò. 

Buonanotte, dai, adesso fai la nanna, a domani.”

Non sempre si ha il pubblico che ci si merita.