La storia dei batteri, ovvero come ho conosciuto il marito

Tag

, , , , , , ,

batteri

C’era una volta un sole bellissimo vicino ad un lago costiero, ma quella notte ci sarebbe stato un grande temporale.

 Lui era bello, io dovevo essere magnifica.

Poi ci siamo risentiti. E poi ci siamo rivisti.

E dopo ancora ci siamo scritti per un po’.

E poi siamo partiti e siamo andati molto lontano.

Ad un certo punto, una sera di gennaio, io dico che lui mi ha detto che avrei dovuto lasciare tutto e trasferirmi ad occhi chiusi. Lui dice che io gli ho detto che avrei voluto lasciare tutto e mi sarei trasferita ad occhi chiusi.

Comunque io ho impacchettato le mie cose in uno zaino da campeggiatore ed un amico mi ha regalato una specie di Ipod con un po’ di canzoni allegre, perchè voleva che il viaggio in treno sola andata Napoli/Roma non fosse troppo triste.

Ma io sono arrivata a Roma esattamente nel giorno in cui lui aveva ritirato le chiavi della sua prima casa, in cui agognava di poter vivere da solo per un po’. E quindi a guardar bene non ero io ad essere la più triste dei due.

Era un quarto piano senza ascensore.

Una sera gelata, qualche tempo dopo, bevevamo grappa alla pera in un ristorante che in italiano l’avremmo tradotto “Lucertola”. Era un gran posto, a volte le apparenze ingannano. E così qualcuno dei due ha detto “Ci dovremmo sposare”. Nessuno si ricorda chi, vatti a fidare della grappa alla pera.

E comunque ci siamo sposati su un pezzo di roccia meravigliosa in mezzo al mare, che non ci volevano propriamente ospitare e infatti hanno voluto decidere loro quante persone potevamo invitare, cosa farci mangiare e se avesse piovuto, non ci saremmo dovuti neppure presentare.

Ma tanto sapevamo che non avrebbe piovuto.

E poi ci preoccupava di più che ci sposasse uno che per cognome faceva “Abbandonato”, quindi la pioggia in fondo era il male minore.

E adesso ci ritroviamo sposati da 10 anni, ma a occhio e croce avrei detto che era passata poco più di un’ora.

Ma detto ciò… la volete sentire la storia dei batteri?

Auspicabilmente perfetta

Tag

, , , , , , , , , , , ,

madre perfetta

Fine settimana montano.

A Milano ci saranno 35° all’ombra, aria che si appiccica addosso. A quasi duemilametri il sole è caldo, ma l’ombra è fresca, più che fresca. Per non parlare dell’ora dei cena poi: quel brivido di freddo che non lo sopporti a novembre, ma che ad inizio estate non vedi l’ora di sentirlo.

Ed è stato lì che ho capito.

Quando ti nasce la prima figlia, sei tutta protesa verso il suo futuro e verso il tuo destino di madre. Di madre auspicabilmente perfetta.

L’amore per la prima figlia è incondizionato e assoluto. Vivi costantemente con la sensazione che sei l’unica persona al mondo ad aver mai provato quei sentimenti e ad aver mai avuto quella fortuna di una figlia così bella e così dotata, tanto che passi parte del tuo tempo a dispiacerti per gli altri.

La vita è tutta un “se questa tutina non è stata candeggiata in modo gentile, allora rilaviamola”, la pappa deve essere rigorosamente biologica altrimenti è meglio che digiuni, “non potremmo spostare sulla stazione di musica classica?”, i viaggi di Ulisse sono il suo racconto a puntate per la buonanotte, con lei fai solo giochi montessoriani e passi tempo insieme a volontà.

Ti specchi ininterrottamente nei presunti successi di quella bambina e rischi di entrare involontariamente in una spirale di narcisismo puteabondo.

Quando ti nasce il secondo figlio, tanti equilibri cambiano. Lo ami in un modo più pieno e sereno, anche se conservi un certo stupore perchè sotto sotto continui a non capire come sia possibile che nel cuore avessi ancora spazio.

La vita è tutta un “macchiato ma pulito, glielo metto lo stesso”, accetti di fargli indossare vestitini con le paillettes, se necessario, “perchè tanto si vede dalla faccia che è maschio”, introduci grassi saturi con una certa frequenza nella dieta settimanale, lo svezzi leggermente prima dei tempi, avendo cura -una volta su due- che non si strozzi, i giochi montessoriani diventano magicamente dei tupperware della cucina di cui oramai non trovi più il coperchio, e dai racconti di Ulisse passi alla storia della gallinella Bianchina, che finisce prima.

Ti specchi molto di meno nel secondo figlio, lo lasci più libero di essere quello che vuole e quello che può.

E quando leggi negli occhi dei tuoi amici che se passano un’ora con lui si sentono come in una cabina telefonica con un petardo acceso, ti nascondi dietro la rigorosa applicazione di una teoria neozelandese che invita a non reprimere l’indole dei bambini. “D’altra parte, guardate la prima figlia come mi è venuta bene…”

E poi ti nasce la terza figlia. E a quel punto (e solo a quel punto) ti rendi conto che il cuore ha uno spazio infinito e capisci per la prima volta cosa significa amare sfrenatamente una personcina che può essere liberamente quello che è e che non ha niente da doverti dimostrare.

La vita è tutta un “…anche se è sporco, glielo metto lo stesso”, la svezzi un giorno a caso in un agriturismo a Fiesole con delle pappardelle al ragù di lepre (“Mi potreste fare per caso una pastina piccola?” “No” “Ok, vanno bene pappardelle, allora”). Non è Ulisse, ma non è neppure più la gallinella Bianchina: se per la nanna le racconti una storia, rischi di perdere i sensi sulla poltrona e quindi la addormenti cantanticchiandole in falsetto  “Tanti auguri a te“, perchè è veloce e sai che le piace. Oramai i famosi tupperware non li trovi neppure più e quindi le fai passare ore ad impilare i tappi di sughero che conservi dal lontano 2006. E quando trovi un tappo con un pezzo di sughero mancante controlli se il pezzo l’ha ingoiato solo perchè se lo ritrovi lo incolli: oh, alla fine a quei tappi tieni un sacco. Metti ancora la prima figlia sull’altalena aggiustandole il vestitino sotto al popò per non farlo stropicciare, ma fai arrampicare la terza sullo scivolo dei grandi da sola, convinta che “se lo fa, avrà la sensazione di esserne capace”.

E parti per il fine settimana montano fresco, anzi più che fresco dimenticandoti di portarle alcunchè di pesante, fosse anche per sbaglio.

“Che dici, mettendole il pezzo-di-sopra-del-pigiama di Giulio e avvolgendola poi nel tuo foulard, se non inciampa, dovremmo crearle un tepore accettabile, no?” mi chiede il marito.

“Sì, sì, penso di sì'” Rispondo io sovrappensiero, mentre faccio scegliere a Bianca il colore del cerchietto che preferiva indossare per la cena.

Per fortuna mi ero ricordata di portarne ben tre.

Grandine

Tag

, , , , , , , , ,

grandineTemporale pomeridiano dopo una giornate di sole.

Bambini galvanizzati come se fossero delle mangrovie all’arrivo dell’alta marea. Si corre sul balcone, ci si inzuppa d’acqua più che si può.

Ma poi ad un certo punto inizia a grandinare: la grandine, per fortuna, li terrorizza.

– Mamma, ma è vero che c’era la grandine quando arriva il lupo nel recinto dove c’era Lamberto (Leone Inesperto) per mangiarsi tutte le pecore?

– Mah, sai che non lo so, Bianca.

– Ma se me lo hai detto tu?

– Ah, giusto, certo che c’era la grandine!

– Ogni volta che c’è la grandine succedono delle cose molto paurose, vero?

– Si, in effetti, spesso con la grandine succedono cose paurose.

– Mamma, io penso che il vero problema di Lamberto, però, è che non aveva l’istinto della pecora.

Ma tu guarda che scimmiottatrice di umanidi adulti questa cinquenne.

– E sentiamo Bianca, che cosa vuol dire …istinto?

– Istinto è come dire anima, mamma. Ma non lo sai?

E con il naso svolazzante all’insù lascia la stanza diretta altrove.

Rimango accovacciata in leggera penombra, ancora soppesando quella conversazione, e piano piano inizio a percepire quel leggero senso di fastidio di quando si avverte nitidamente il peso di uno sguardo appiccicato addosso. Mi giro.

Giulio, silenziosamente seduto sulla sua sediolina. – Mamma?

– Dimmi.

– Che buol dire “anima“? Pecchè io ancora no so.

– …lo sa papà.

Anniversari

Tag

, , , , , , , , , ,

Non esistono più gli anniversari di una volta.

Oggi è tutto un organizzare, sistemare, comunicare, pianificare, negoziare, prenotare…

Fai mica che non ti ho detto che volevo uscire, che non mi hai detto che ti andava bene, che non lo abbiamo detto alla Holy Tata, che non lo abbiamo scritto sul calendario, che va a finire che lo abbiamo detto a tutti ma che poi ce lo dimentichiamo…

E così, tra una manciata di giorni io e il marito festeggeremo dieci-anni-dieci di matrimonio.

Dieci anni significano troppe cose.

Due città, tre case, ben due diverse lavastoviglie, un’infinità di libri regalati perché non ci stanno più in casa, almeno 4 orchidee morte di stenti. Una quindicina di viaggi veramente significativi, una gloriosa ma(u)ratona, Vinicio Capossela col cappotto di pecora in piena estate, cinque diverse auto, sei se contiamo la buonanima della mia. Una sola moto ed un solo zainetto timberland consunto per i viaggi.

Almeno tre o quattro computer, due garmin, un solo taglio di capelli, il mio, perché io sotto sotto preferisco non cambiare mai.

Sei lavori diversi, sempre le stesse unghie mangiate, la stessa T-shirt di MenoMali che davvero è diventata parte del DNA.

Cinque o sei modi diversi di prendere il caffè, diverse new entry musicali, dieci tormentoni culinari, più o meno uno per anno, il trito magico, uno-e-trito.

Una mezza dozzina di occhiali da sole differenti, diverse creme doposole, due phon.

Molti aerei, troppi treni.

Ah, e tre figli.

E naturalmente chi, se non i figli, sono il nutrimento e la dissoluzione di questo matrimonio? Chi, se non loro, che hanno un ruolo così prepotente nel determinare il futuro, dovrebbero conoscere il passato?

Nel mio jukebox delle favole non poteva quindi non entrare la nostra storia, quel primo incontro che ha determinato le nostre vite in modo così definitivo.

– Ma volete sapere come si sono conosciuti mamma e papà?

L’attenzione langue.

– Ma volete sapere cosa stava facendo mamma quando papà è entrato nella sua stanza e lei ha deciso che lo avrebbe sposato?

L’audience parlotta sommessamente.

– Mamma, noi veramente avremmo una richiesta.

– Certo! Ditemi pure…

– Ci racconti di nuovo la storia dei batteri?

Ora capisco che per un osservatore distratto possa non essere così chiaro, ma non fatevi ingannare dalle apparenze: per me è e-v-i-d-e-n-t-e che gli interessa.

Sogni

Tag

, , , ,

Interno notte. Fonda, la notte.

– Pssss!!! Svegliati! 

C’è concitazione nella voce del marito. 

– Che succede?

– Ti senti bene?

– Come dici?

– Hai appena urlato. Tutto bene?

– Ah, sì, sì. Stavo sognando…

– Che stavi sognando?

– I tre porcellini

– No, dai, davvero, che sognavi?

– Te l’ho detto: i tre porcellini.

– …eiopurechetistoassssentìre… macheccazzz…

– Ma erano rivisitati in chiave moderna… Oh, guarda che faceva paura…

– Fammi dormire. 

Code di mezz’agosto

Tag

, , , , , , ,

civiltà

Roma, esterno giorno.

Sono uscita di casa.

Sola.

Arrivo a destinazione fin troppo presto: ad agosto il traffico è inesistente.

Ufficio pubblico, prendo il numero e mi metto in fila.

Luce al neon ospedaliera: evvabbè, pazienza.

Parecchie persone in fila prima di me.

Aria condizionata da cella frigorifera.

Bene, direi, anzi: stra-bene.

Mi metto seduta. Sfodero il mio libro.

Occhi bassi.

Unico mantra: dissuadere chiunque dal rivolgermi la parola.

Concentrazione, leggero brivido, sensazione di avercela fatta.

Pagina 68.

“Magellano, invece, rimane ancor un anno in Portogallo e nessuno indovina di che cosa si occupi. Tutt’al più si osserva che predilige la compagnia di piloti e capitani…”

Molto presto un signore mi avvista. E mi avvista appena prima di alzarsi per andare allo sportello.

“Signora quasi non notavo la sua pancia. Vada pure lei… quanto le manca?”

“Cinque giorni, ma no, grazie, aspetto senza problemi”.

“Ma no, signora, nelle sue condizioni: passi avanti”.

Gelo.

Non lo guardo quasi, occhi puntati sul libro.

“Ma no, davvero, grazie: non ho nessuna fretta”.

Altre persone si inseriscono: “Passi pure signora, per noi non c’è problema”.

“Ma no, davvero…” ripeto, con il dito che mi fa da segnalibro.

“Signora…”

“Sentite, insomma: a casa ne ho altri due. Potrò almeno concedermi una cinquantina di minuti di fila o no? ”

E che maniere: non mi sembra poi di star chiedendo molto.

Almeno un po’ di civiltà…

🙂

Daje

Tag

, , , , , ,

 

DajeVarcare consapevolmente l’ingresso di una piscina condominiale con Giulio significa, implicitamente, essere disposti a far fronte al peggio.

Con Giulio in piscina, se ti va bene, sei costretta ricorrere alla maestria di un funambolo per inseguirlo sul bordo di marmo bagnato, con una leggera preoccupazione nel retrocranio perchè tu, diversamente da lui, sei senza rete ed al nono mese di gravidanza. Per dire.

Oppure sei disposta a farti slacciare il costume, solo perché lui sta attraversando la fase in cui è in fissa con i nodi, incurante del fatto che ci sono dei costumi che necessitano di una laurea in discipline tecniche per essere riallacciati e che soprattutto non è possibile farlo in piscina, quando non tocchi, con lui che ti schizza e contemporaneamente cerca di salirti sulle spalle per fare un tuffo. Ecco, sempre per dire.

Un anno e mezzo. Non riesco a darmi pace.

Figuratevi, dunque, quando nel salire da solo la scaletta scivola sul bordo mentre fa l’ultimo gradino ed urta con la testa il paletto: per me questo rientra nelle sciagure declassate nella categoria “…e quindi?”.

Ma lui, che abbatterebbe pareti di granito a testate, ci rimane male. Frigna. Vuole un bacio sulla bua. Mi accusa il paletto, colpevole di essersi frapposto tra lui ed un suo obiettivo: ma che maniere! E così mi si accoccola in braccio e io mi godo quei cinque-minuti-cinque di inaspettato riposo.

Solo che lui cerca consenso, vuole un movimento di popolo. Incrocia lo sguardo di una madre e le addita il paletto. E lei, in uno stile impeccabile da lontano gli urla:

“Che è…? T’ha fatto male?”

“Uaaahhhhhhh….” Giulio piange, annuendo.

“Bè, vai a menàllo, no?” gli grida lei.

E così, quando Giulio scende dalle mie braccia, corre verso il paletto e lo riempie di botte, osservo con nonchalance andare in fumo il mio anno di insegnamenti a non picchiare niente e nessuno, ma ad ondeggiare sdegnosamente il dito indice in segno di disapprovazione.

Daje.