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Non vivi propriamente in un paese “civile” se vai in ospedale per delle semplici analisi del sangue e, trovando solo due persone davanti a te non pensi semplicemente “che fortuna oggi!”, ma invece ti serpeggia il dubbio atroce che in realtà l’ospedale è chiuso per qualche motivo e solo noi 3 non lo sapevamo.
Si, eccerto che ti serpeggia, perchè anche tu (come di solito centinaia di concittadini) hai scelto il sabato mattina per comodità, perchè nell’uscire da casa hai salutato tuo marito in modo struggente, mettendo in conto di non vederlo fino alla domenica, gli hai lasciato la lista della spesa e le cose da cucinare, ti sei armata di una bottiglia d’acqua, giornale e libro (dopo qualche ora il giornale lo finisci) e cellulare con batteria carica. Ah, sì, andando a piedi verso l’ospedale ti sei premunita di opportuno snack per il dopo.
Ti sei psicologicamente preparata al fatto che reagirai solo al quinto sopruso dei pazienti e che non reagirai affatto agli errori e alle superficialità dell’adetta/o al pagamento.
Sei disposta a far passare avanti fino a
7 donne incinta o pseudo tali, non più di 10 anziani e mamme con bambini solo 2, la prossima volta li lasciano a casa.

Ovvio, quindi, che in questo stato d’animo trovare questo scenario post atomico come minimo insospettisce.
Poi, certo, chi come me ama il catastrofico della vita ha anche pensato che l’ospedale era sotto sigilli, che i medici erano stati indagati che gli infermieri abusassero notoriamente dei pazienti.
Invece tempo tecnico 1 minuto ed è arrivato il mio turno, ho pagato e niente, che aggiungere, ho fatto il prelievo.

E anche quando l’infermiera, dopo 4 buchi e almeno 12 imprecazioni, mi ha detto: “‘gnoraaaa, cambi braccio, che a destra nun c’hai ‘a vena…”, ecco, anche in questa occasione, raggiunto il mio agognato trono del prelievo, quelle mi sono sembrate comunque parole rassicuranti.

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