Ai gatti non piace la fisica quantistica

Non so se avete un gatto. Nel caso lo aveste, state sicuri che non penserà nulla di buono sulla fisica quantistica.

D’altra parte stiamo parlando di una scienza che vorrebbe spiegare intellegibilmente i comportamenti delle particelle subatomiche. Condivido anche io il vostro sgomento: già l’unica legge fisica davvero comprensibile e replicabile in via sperimentale è solo quella di Murphy che recita “La probabilità che una fetta di pane imburrata cada dalla parte del burro verso il basso su un tappeto nuovo è proporzionale al valore di quel tappeto“, figuratevi  capire qualcosa di particelle che neppure si vedono.

Comunque, stiamo al gioco.

Facciamo finta che esistano quelli che chiamano “atomi”, facciamo finta che l’atomo abbia delle parti ancora più piccine.

Considerando che i fisici quantistici passano tutto il giorno a fare studi ed osservazioni, ti verrebbe da dire: braccia rubate… ma il problema nasce quando ne conosci uno…: Fabio Sciarrino.

E quando vedi che il tuo amico, nonostante sia giovanissimo, ha una testa che gira a duemila, fa ricerche internazionali in università di mezzo mondo, riceve un premio nientepopodimenoche da Napolitano… insomma, quando metti queste cose in fila qualche dubbio sul fatto che la fisica quantistica possa essere una cosa seria un po’ ti viene.

Ebbene, l’altra sera sono andata a sentire una sua conferenza. Doveva raccontare il suo lavoro con comuni parole ai comuni mortali. Che poi non erano comuni nè le parole nè i mortali.

E qualcosa ho capito.

E insomma ho capito che la fisica quantistica scomoda prima concetti filosofici e poi matematici, che è controintuitiva (e che quindi non è solo un problema mio), che è nata per spiegare dei fenomeni che non trovavano spiegazione nella fisica classica, che a Copenaghen negli anni Trenta avevano elaborato una teoria che diceva che, tuttosommato, ci sarebbe sempre stato un quid probabilistico o non spiegato, che Einstein, scocciato da questa spiegazione e sicuro che Dio non gioca a dadi, nel 1935 aveva formulato un paradosso che poi ha dato un grosso impulso alle teorie quantistiche (pazzesco, se ci pensate: quando uno è un genio è un genio).

Ho capito che se non capisci cos’è l’entagelment, ossia il groviglio, e cioè il fatto che due particelle possano comportarsi in modo correlato anche a distanze pazzesche, proprio come due gemelli, sei finito.

Ho capito che oggi il teletrasporto si è già verificato in Cina, ma che non è proprio che trasporti l’atomo, ma lo distruggi nel punto 1 e ne crei un altro con la stessa funzione d’onda nel punto 2.

Ho capito che i computer quantistici sono molto difficili e costosi da realizzare, ma che già esistono e che sfruttano l’enorme potenziale delle particelle subatomiche per portare informazioni attraverso i qubit che passano in alcune “guide” realizzate nel vetro attraverso un laser. Ho capito che hanno un potenziale enorme, ma non so spiegarvi come.

E alla fine ho scoperto che Schrödinger certamente non aveva un gatto, perchè per spiegare che la fisica classica è incapace di raccontare i fenomeni subatomici, non lo  avrebbe mai messo in una scatola chiusa, con un atomo e del veleno.

Non sono fatta per tante scoperte tutte insieme.

Ma la scoperta più consolatoria è stata che per fortuna io non ho studiato Fisica, altrimenti di questo passo (a 33 anni) stavo ancora ripetendo per la quindicesima volta l’esame di Analisi I.

11 risposte a "Ai gatti non piace la fisica quantistica"

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  1. Se tu dal 1995 al 2000 invece di sprecare tempo a disperarti appresso a De Gregori avessi acceso la TV e ti fossi guardata la serie “Sliders – I viaggiatori”, saresti arrivata alla conferenza meno impreparata sulla fisica quantistica…e avresti avuto un’espressione meno ebete (e imbarazzante per il tuo amico) a sentir parlare del “Paradosso del gatto di Schrodinger” (dopotutto il gatto del protagonista si chiama proprio così).
    E avresti persino potuto fare un pò la sborona parlando di: Ponti di Einstein-Rosen, buchi neri, multiverso (dimensioni parallale) ecc. ecc.
    A proposito, mai sentito parlare del “Paradosso del nonno”?

    per te che critichi sempre i libri che leggo e i film che guardo aggiungo solo un sonoro PRRRRRRRRRRRRRRR!!!!

  2. Mi sembra impossibile: parlavamo del paradosso di Schroedinger proprio ieri sera con alcuni amici, ne volevo scrivere oggi e tu mi anticipi in questo modo. Vabbè, ne scriverò lo stesso, e della sua correlazione con l’antropologia dei disastri e i fenomeni di palatalizzazione nelle lingue slave meridionali.

  3. Nn ho potuto essere presente alla conferenza ma grazie a questo post ho capito che:
    a) pure io ho risparmiato tempo e fatica studiando altro a 18 anni.
    b) pur ascoltando il relatore da oltre 20 anni tu ci capisci molto più di me!
    c) leggerti è sempre un piacere 🙂

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