Goodmorning Chiantishire

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Innanzitutto vi dico che attraversare il Chianti e fermarvisi per qualche giorno è talmente uno schiaffo ben assestato, di quelli che centrano proprio in piena guancia, che uno, poco dopo essere arrivato, già si domanda: “ma perchè?”. Ma perchè l’Italia riesce ad essere anche questo, apparentemente senza fare tanta fatica, laddove in posti poco distanti (probabilmente molto più belli di qui) c’è un proliferare di ecomostri, di contraddizioni, di lassismo.

Superati questi borbottii da vecchio bollitore, procedo veloce con qualche luogo comune, se mi è concesso.

Certo è che in Chianti non esiste un fazzoletto di terra che non sia coltivato. A vigna. La terra sembra pettinata, vista dall’alto sembra la capigliatura di un signore distinto degli anni Trenta tutto impomatato.
Non esiste un chiantigiano che non abbia una rivendita di vini e olii.
Le mucche pare bramino per diventare tagliata ed i maiali, i maiali di cinta senese, sono così distinti che quasi profumano.
Le case coloniche sono tutte perfettamente ristrutturate. I davanzali sono ornati di fiori, i citofoni in qualche caso riportano le fotine dei due proprietari, le vasiere sono botti di cantine prestigiose passate a miglior vita.
Si chiama Chiantishire mica per niente: i turisti sono principalmente stranieri, coppie giovani con 4 figli (ma quanto gli costeranno le vacanze?? penso sempre quando li vedo tutti e 6 compíti al ristorante), le scritte in giro sono bilingue (come in Altoadige) e nei supermercati Coop è più facile trovare i wrustel tedeschi o il cheddar rispetto al pane con un minimo di stramaledettissimo sale, odiosa sciapità!
Comunque questa terra è una macchina per fare soldi votata al turismo e lo si capisce molto presto, come dal fatto che i ristoranti presentano come fettunta anche a 6 euro una semplice bruschetta di pane (sciapo) condita con olio sale e pepe.

E parliamo di vini, perchè tanto non ne usciamo a parlare di Chianti senza citare i vini: sangiovese in purezza o tagliato con altre uve se e fino a quanto il disciplinare lo permette.
Struttura e corpo, fiori, frutta, legno, vaniglia, tabacco, rosso granato, rosso rubino… Insomma non fate mai l’errore di intavolare l’argomento vino con un chiantigiano se andate di fretta, perchè potrete passare ore a sentirlo parlare dell’esposizione del vigneto, della scarsità o abbondanza di acqua, della scorsa vendemmia e della prossima. Anche dei tappi vi può parlare a lungo. Ve l’ho detto: non fate mai l’errore se avete fretta. E vi dirà che il sangiovese è l’uva più difficile da tirare su (ma come??? ma non è tra i vitigni più diffusi in Italia???), vi dirà che il vino è tutto marketing oramai, che più legna gli fanno fare, più il vino è adatto ai mercati esteri, che nell’etichetta si gioca una buona metà della fortuna del vino… Insomma davvero vi sanno dire tutto, e ad averci un po’ di curiosità è un piacere sentirli parlare…
…solo che quello che non mi ha saputo spiegare ancora nessuno è come mai niente, neppure questo portentoso vino, è riuscito a scacciare il sapore dei pici all’aglione, peraltro superbi, che però ho mangiato domenica e che apparentemente non ha ancora nessuna intenzione di lasciarmi…

11 risposte a "Goodmorning Chiantishire"

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  1. Perchè “l’aglione” è un tipo speciale di aglio del posto molto grande (da cui il nome) e particolarmente forte! I pici sono di grano durissimo, x questo devono bollire 23 minuti. Boni ma pesii!!!!! (ho risposto?)
    Ps ho letto il “tuo” Profumo di Jitterburg in rifugio sulle vette Meranesi. Scelta azzeccata quanto i Pici. 😉

  2. dunque.
    i pici – quelli veri – non quelli riproposti nelle trattorie (che poi ti si ripropongono) non devono cuocere 23 minuti.
    i veri pici li puoi mangiare solo a Monticchiello (SI) durante il teatro povero alla Taverna del bronzone (che apre solo in quell’occasione).
    e questo se si vuole dare nome e dignità ad un piatto storico delle mie zone.
    i pici devone essere lievitati e “appiciati” a mano, uno per uno.
    L’aglione va fatto togiendo l’aglio alla fine e con il pomodoro freschissimo passato al momento, aggiungendo un cucchiaino di zucchero per neutralizzare le acidità di aglio e pomodori.
    Fatti così i pici si digeriscono in un nanosecondo.
    nessuno più li fa ma tutti in toscana spacciano una sorta di spaghetto n. 125 per pici.
    mia nonna non era di quelle che mi faceva giocare alla playstation, quindi ora io posso dire di saperli fare (impiegandoci circa mezza giornata e zozzando tutta la cucina).
    ma bada bene, se volessi provarli io te li farò….ma solo se mi regalerai l’abbonamento a vanity fair!

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