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Partiamo dall’assunto che Torino è Torino e non ho usato la maiuscola a caso.

Detto questo, un po’ di dati: 45 ore di permanenza, 20 gradi di temperatura massima e 10 gradi di minima, 15 km fatti a piedi, 16 tra amici/parenti acquisiti incontrati, fatte solo 3 telefonate, 15 euro per la colazione da Baratti e Milano, 3 i galli dell’enoteca, 6 i formaggi comprati a Porta Palazzo, 2 i chili presi.

Torino scopre le sue carte senza fare grandi misteri: palazzi, castelli, giardini, piazze, il Po, portici, caffè, dehors… architettura monumentale e palazzi di alta borghesia, mercati coperti e panchine lungo il fiume. E’ tutto là, lascia decidere al turista il tempo che può o che vuole dedicarle per scoprirla.

E’ una città di una sobria raffinatezza, nulla di lei ti toglie il fiato ma allo stesso modo nulla ti disturba; non puoi perderti tra le sue strade, ma lei ti obbliga a seguire un verso che ha già deciso, razional-risorgimentale, logico ed ordinato. Ti permette di essere spettatore, ma non ti fa essere parte di sè.

Sembra arroccata nel suo Quadrilatero dorato e assediata da un popolo che sottolinea in tutti i modi le proprie differenze: cinesi, africani, arabi e slavi che creano macchie di colore variopinte che si stagliano contro le pareti grigio-ocra dei palazzi ottocenteschi, voci chiassose e incomprensibili che rimbombano nelle stradine strette.

Il Lingotto: eccezionale; Eataly: bella la struttura, ma troppo posch; baaasta con i doner kebab con il loro odore infestante sempre uguale; vedere giovani prostitute nere per strada a due passi dal centro per me oramai è intollerabile; eleganti signore anziane con la Stampa nei caffè da sole mi affascinano; il nuovo stadio della Juve: un’esperienza che dovrebbe fare un tifoso di qualsiasi squadra; i malgàri a Porta Palazzo mi farebbero spendere tutti i miei averi (menomale che sono persone per bene e non se ne approfittano); rivenditori di focaccia ligure: sarò malata… ma evviva!

Il fatto, comunque, è che Torino non è solo questo fulgore fatto di marmi, stucchi di barocco e di neoclassico e gianduia (prova dell’esistenza di Dio). E la Torino operaia, quella dov’è? Possibile che non abbia lasciato alcun segno nel Quadrilatero? Ci sarà ancora, ovvio, ma a prima vista non trapela. Forse è questa la Torino che va scoperta attraverso gli occhi di un torinese, che ti porta, che ti racconta, che ricorda e che ti spiega. Peccato non aver avuto tempo questa volta, ma Torino è sempre là.

PS: G. è un’ospite meravigliosa (tutta la sua famiglia, non solo lei). E’ che mi piace di lei che non fa quello che non le piace, che si butta a capofitto nelle cose in cui crede, che riesce a stare bene con tre cappelli diversi a prima mattina, che arreda casa come una designer e prepara dei tomini buonissimi. E soprattutto che canta My Sharona sulla pancia di un’amica al nono mese per riuscire a sentire il bambino che si muove. Purtroppo dovunque posi il suo posteriore si senta a casa… e averla rivista mi fa maledire che questo posto, da un po’ di tempo, non sia più Roma.

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