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Perchè non è affatto detto che la montagna vuol dire solitudine. Anzi. Spesso si incontrano fin troppe persone che salgono o scendono nei sentieri. E uno dice: “ma come, io vado in montagna per starmene un po’ da solo con i miei pensieri…” E quel qualcuno dice male, evidentemente. Era meglio che si informava prima di iniziare a camminare, dico io.

E così è successo a me. Qualche giorno fa ho percorso un anello che parte da Cividella Alfedena e torna a Cividella Alfedena (non vi stupite, ve l’avevo detto che è un anello): Val di Rose, rifugio Forca Resuni, Val Iannanghera. Sentiero I1, poi K6 e poi I4. 900 metri di dislivello. 6 ore di camminata. Cadute mentre camminavo: almeno 4. Cadute da ferma: non più di 2. Polmoni lasciati a lungo la salita: 1. Ginocchia lasciate lungo la discesa: 1 e mezza.

La val di Rose è iniziata con una salita che fin dai primi passi ti mette-a-posto-tuo e ti fa capire che se si chiama montagna e non collina un motivo c’è. Ed è quello. Ed abbiamo iniziato subito male: Val di Rose-quartopiano: 1-0.

Ma poi ti conduce subito in un bosco fitto e verde, che dopo un po’ (un bel po’) si dirada sulla sinistra, facendo stagliare sul nostro sentiero alcune montagne ancora innevate, enormi, silenziose, che sembrava davvero di poterle toccare (la mia soddisfazione ha riequilibrato il punteggio: VdR-quartopiano: 1-1). Poi, continuando la salita, sempre più appizzata e sempre più scivolosa, proprio quando cercavo di inventarmi nomi di nuovi santi per imprecare (perchè gli altri nomi li avevo già usati tutti), la Val di Rose ci ha mostrato un gruppo di camosci che giocavano e mangiavano e ho avuto anche il tempo di sedermi (miracolo) e mangiare un cornetto al miele che avevo portato con me (doppio miracolo). Occhei, stavo iniziando a vincere io: VdR-quartopiano: 1-2.

Poi però il Passo Cavuto (che avremmo dovuto attraversare per continuare la passeggiata) era troooppo pieno di neve e non ce l’avremmo maaaaai fatta ad attraversarlo a piedi, quindi (invece di tornare indietro come io suggeriva qualcuno, ma giuro che non ero io) abbiamo dovuto fare un piccolo pezzetto di cresta, brulla, esposta ma almeno piena di spuntoni di roccia a cui appigliarsi. Almeno. Mai avrei pensato di apprezzare tanto uno spuntone di roccia, è proprio vero che tutti nella vita hanno il proprio momento di gloria. Che posso dirvi, io ho provato a fare la vaga ed a fingere di pensare ad altro mentre facevo quel po’ di cresta, ma qui la Val di Rose si è rifatta lasciandomi senza fiato e un po’ spaventata (una doppietta), infatti: VdR-quartopiano: 3-2.

Superata la cresta, da quel punto in poi abbiamo trovato neve-neve-neve, ma almeno non c’era il rischio di scivolare; poi rifugio, pane carasau (non-mi-chiedete) e formaggio abruzzese e poi discesa-discesa-discesa.


E nello scendere scopro che la nuova valle, al secolo Valle Iannanghera, è davvero una meraviglia: ha un faggeto talmente vasto ed imponente che alcuni suoi alberi vengono chiamati “patriarchi”. E’ così fitta che non si vede oltre il proprio naso, ma ogni tanto  si apre con dei campi improvvisi senza alberi pieni di sole. Ha una fonte di acqua gelata e milioni di uccelli. Talpe e bucaneve. Rami, rami, foglie.

Due ore di discesa non sono poche. Forse per certi versi sono più faticose della salita, perchè il terreno sconnesso e la stanchezza delle gambe fanno fare molto spesso dei passi falsi. Però vi giuro che in quel momento avrei voluto che non finisse mai.

Punteggio finale: VdR-quartopiano: 3-7. Ho vinto io, incredibile.

Una nota particolare se la merita il mio abbigliamento, che mi ha fatto guadagnare il titolo del post. Esso si componeva di: jeans (per fortuna larghi), calzini e scarponcini, maglietta rossa di cotone senza maniche, pullover di filo blu, pullover di lana a collo alto marroncino (attenzione attenzione) trovato per puro caso nel portabagagli e deciso di portare con me, chenonsisamai. Keway celestino. Fascia per capelli azzurra estiva nonché fascia per capelli di lana nera. Indossate una sull’altra, ovvio.

E ho scoperto che sarà pure vero che l’acqua per la pasta bolle prima in alta quota che al livello del mare, ma invece l’intensità della mortificazione che si prova quando ci si sente inadeguati rispetto ad una coppia trentina che si incontra lungo il percorso, molto agile ed estremamente benvestita (che mi ha pure gentilmente raccolto gli occhiali da sole che mi erano scivolati dal naso perchè mi stanno grandi) è equivalente a prescindere dall’altitudine.

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