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L’altro ieri per questo cucchiaino d’argento è stato un giorno da leoni.

Non so come sia entrato in casa mia, ma ce l’ho da qualche anno ormai. E’ arrivato da chissà dove e ha trovato il modo di intrufolarsi tra la mia posateria, che vanta elementi semplici, un po’ cafoncelli e meravigliosamente super-economici-di-ikea.

Non lo odio solo per il sapore amaro che lascia l’argento, nel malaugurato caso che uno se lo porti alla bocca, lo odio perché è veramente odioso. Spesso, se è l’ultimo cucchiaino pulito, preferiamo lavarne uno sporco pur di non usarlo; buttarlo, però, è un’azione troppo forte che non abbiamo mai considerato, una presa di posizione eccessiva dato che viene da una buona famiglia e anche in passato i nobili li decapitavano e non li impiccavano, e quindi anche noi lo trattiamo con un certo riguardo, lo segreghiamo e lo vessiamo, ma pur sempre con un certo riguardo.

Solo che l’altro giorno ho preso consapevolmente questo cucchiaino per una girata veloce alla salsetta di un riso basmati che mi stavo cucinando. Poi, a seguire, l’ho riutilizzato (lavandolo…, già vi conosco a commentare!!!) per mettere dell’origano su una bruschetta, per dosare il lievito in una torta e poi per aggiungerci un po’ di marmellata.

Non so cosa mi abbia preso, ancora a pensarci non so spiegarmelo. Ad ogni modo, naturalmente, passato il santo, passata la festa ed il cucchiaino d’argento è tornato nuovamente nel cassetto a non vedere più la luce.

Diciamo che mi piace considerarla un’ennesima modalità di vessazione, molto più sofisticata questa volta: esattamente come quando, senza avvisarti, ti danno in prova solo per qualche giorno un servizio aggiuntivo fichissimo e poi te lo tolgono dall’oggi al domani, lasciandoti con l’amaro in bocca. Amaro proprio come se fosse d’argento, ma guarda un po’!!

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