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Ma voi vi auto-spedite mai una cartolina dai posti che andate a visitare? Io no, mai, ma l’ho fatto per la prima volta da Lisbona qualche settimana fa.

Passare tre giorni a Lisbona è come tornare indietro nel tempo, anche se non saprei precisamente dirvi perchè. Non è una città che si impone violentemente nel ricordo del visitatore, nessuno scorcio mozzafiato, nessun monumento imperdibile. Fatta eccezione per il pastel de nata, ha una cucina pesante e non molto varia e, con tutto l’affetto, il sapore sensoso del bacalhau proprio non mi andava giù.

Sarà però la luce accecante del sole di quei giorni che si rifletteva tutt’attorno, sarà il rumore continuo dello sferragliare del tram, sarà l’odore speziato che il vento porta in giro o forse i colori pastello delle mattonelle di rivestimento dei palazzi, ma allora sì che Lisbona lascia addosso delle belle sensazioni, solo che si devono lasciar riaffiorare col tempo, non sono a “presa rapida”. E quindi sale un ricordo malinconico e trasognato di una città per la quale il tempo scorre più lento, morde di meno, non ti spinge all’efficienza, ma rispetta i tuoi ritmi.

E così anche la città: palazzi bassi, che lasciano arrivare il sole da tutte le parti, tantissime finestre, piazzette per sedersi, alberelli, sempre un posto aperto per mangiare o per bere qualcosa, sempre qualcuno con cui poter scambiare una parola.

E la sensazione mastodontica dell’oceano che incombe ed il vento furioso che soffia dal mare come uniche note stridenti rispetto a questa sensazione di rilassatezza, un po’ come a dire: prendetevi tutto il tempo che vi serve, tanto prima o poi è da noi che dovrete passare.

Ero bloccata nello scrivere un post su Lisbona e solo ora ho capito perchè. Ripensando ai tre giorni passati lì non riuscivo a scrivere qualche riga spensierata, come pensavo di fare, perchè non mi era mai successo in Europa di intristirmi così tanto nel paragonare la mia condizione a quella dei portoghesi, basandomi sui racconti delle persone con cui mi è capitato di parlare.

Il fatto è che apparentemente (magari ad un occhio superficiale, d’accordo) siamo così simili e lì ho sentito racconti di persone così disperate. Questa cosa mi ha colpito davvero molto. Ultima banalità: in taxi contavano fino all’ultimo centesimo di euro, che qui spesso vedo snobbare con la frase “Grazie, tenga pure lei le monetine di rame“.

E, colpo finale, andando verso l’aeroporto, sempre in taxi, la radio trasmetteva una tribuna politica e, pur non capendo il dettaglio di quello che si dicevano, era lampante come quei politici che parlavano per slogan fossero totalmente inadeguati per guidare un paese fuori dalla crisi che prima è morale e sociale e poi è economica. Per rendere l’idea, un po’ come se fosse stata un’anticipazione via radio del confronto tra i candidati alle primarie nel PD. Stesso identico scoramento.

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