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medie

Se c’è uno-ed-un-solo periodo della mia vita che non smetto mai di benedire che sia finito, è il tempo delle medie.

Sicuramente ci sarà qualcosa di antropologicamente argomentabile se questo periodo è orribile per buona parte dell’umanità: sarà probabilmente che si colloca proprio in una delle fasi di maggiore trasformazione della propria vita, fase di cui, contrariamente a quelli precedenti, si ha piena coscienza; sarà che le ragazze non-sono-più ma non-sono-già, sarà che i ragazzi sanno perfettamente di sembrare dei trichechi con l’alopecia, con quei baffi ispidi ed a chiazze. Io, però, non sto facendo discorsi generali, io qui parlo proprio di me.

Tre anni perenni, con perenne sensazione di essere inadeguata sotto ogni aspetto. Tre anni in cui trovavo perennemente ed in chiunque, anche nei più impresentabili, qualcuno da ammirare ed invidiare, e comunque sicuramente qualcuno meglio di me. Tre anni in cui ero perennemente non filata da nessuno, financo dagli impresentabili.

Avevo ribrezzo per tutto quello che riguardava me stessa, anche per come mi venivano le parentesi graffe nelle espressioni. Ma anche per come mi venivano le espressioni, a dirla tutta. Addirittura per lunghi mesi maledicevo anche di avere un semplice cognome italiano, mentre quello francese di una tipa della mia classe era bellissimo da pronunciare “Bersiù”. Ti veniva la bocca a cuore.
Avevo pure fatto indebitare mia madre per comprarmi un astuccio portapenne rigido e meccanico, con gli scomparti che si aprivano a scatto per la gomma da cancellare e per il temperamatite ma, porcadiquellamiseria, il sacchetto tutto liso dell’Invicta  color verde militare della tipa del secondo banco aveva una meravigliosa sciattezza che il mio non aveva.

Erano tempi in cui eravamo così barbari che i nostri insegnanti dovevano ogni mese fare un sorteggio forzato dei posti nei banchi, altrimenti dopo quasi 300 giorni di scuola poteva anche capitare che, con quello seduto accanto alla porta, non ti eri mai neppure presentata.

Ed erano i tempi in cui quelli vicino ai termosifoni morivano di caldo e chiedevano di aprire leggermente la finestra e quelli vicino alla finestra, dopo meno di un minuto, chiedevano di chiuderla perchè avevano freddo. Per fortuna noi avevamo un chiaro indicatore del caldo nella stanza, ed erano le orecchie di Marcello: quando diventavano rosso rubizzo si apriva e basta, freddo o non freddo.

Insomma l’altro giorno, scrivendo una mail estemporanea a metà mattina, mi è tornata questa immagine con una violenza inaudita.

Tu potevi odiare o puranco schifare chi divideva il banco con te, ma quando dovevi andare in bagno scattava un automatismo accettato dall’intera comunità. Le parole erano solo “significante” e non più “significato”, un po’ come “How do you do?”/”How do you do?”, come “Favorite dottò?”/”Buon appetito”.

E quella domanda era: “Mi scaldi il posto?”.

Quindi io l’altra mattina ho preso tutt’insieme consapevolezza che per tutti e tre gli anni più perenni della mia vita ogni volta che andavo in bagno avevo qualcuno che metteva il suo sedere caliente sulla mia sedia di legno, perchè io potessi trovare quel tepore caldiccio e rassicurante al mio ritorno.

E adesso, adesso che sono grande e che riesco ad affrontare da sola il dramma di una sedia fredda, ora che la vita mi ha smaliziato e disincantato, ecco, proprio ora mi chiedo con orrore: chissà quante puzzette su quella sedia, povera sedia mia.

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