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Se a marzo ci sono giornate come quella di oggi, varrebbe sempre la pena fare una passeggiata in montagna, quando il caldo è ancora consolatorio e non persecutorio, come invece sarà fra qualche mese.

“Tecnicamente” Simona parlerebbe di una “gita fuori porta”. E vale la pena farle allora, queste gite, soprattutto se a Roma c’è la maratona …e se voi non siete etiopi.

Alla fine della spiaggia di Sabaudia (verso sud), poco prima di girare per San Felice Circeo, inizia in ombra il sentiero che va verso la cima del monte (540 m. Partire “esattamente” dal livello del mare mi facilita molto nei calcoli!). La salita inizia graduale, ma è solo una finta delle più becere per convincerti a continuare. Pochissimo dopo si sale piuttosto in fretta nel bosco fitto, che devi tenere il peso in avanti e non sai mai come mettere le mani… ed alla fine si arriva sulla prima cima (la chiamano antecima, ma dire così ti fa solo aumentare la sensazione di stanchezza), dalla quale si ha già la prima visione mozzafiato della spiaggia (duna costiera), del lago di Sabaudia e dei monti in fondo.

Il sentiero continua “asciutto” e veloce, intendo che non offre piazzole in cui riposare o tratti meno scoscesi / scomodi. Dunque si continua a camminare con regolarità (mai fare passi ampi, mai fare passi ampi), e nella giornata di oggi, guardando verso il mare, si vedeva una nuvola di azzurro pallido, tanto che sembrava che non esistesse l’orizzonte.

Dalla prima antecima bisogna superare un tratto roccioso e senza bosco (con dei punti molto esposti quanto belli), scendere sulla “selletta” e risalire verso la vera cima.

Non ho grande esperienza, ma credo che molto spesso quando si arriva in cima a montagnelle accessibili a tutti (vedi tipi come me), la grande delusione è che non si è da soli. Niente sensazione alla Messner, per capirci, ma alla fine è bello uguale.

E così anche oggi. Mi ha seccato, però, che c’erano anche due cani botoli grassi e orendi che ansimavano facendo lo stesso rumore che facevo io (pazienza).

E così, dopo esserci sistemati sul versante che guardava verso il mare, finalmente stesi a mangiare il misurato pranzo (come da tradizione familiare), proprio prima di riprendere la discesa, quando la fatica sembrava sciogliersi, la visione delle isole pontine davanti era inebriante ed il sole iniziava a far pizzicare la pelle del viso, sono bastate cinque-parole-cinque a riportarmi alla realtà: “Metti tu a posto qui?“.

Ecco. E se poi il marito (di cui oggettivamente si può solo dire un gran bene) avesse anche aggiunto: “Mi passi il telecomando?” e allora sì che anche in un paradiso come quello sarei riuscita a sentirmi a casa!!!

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