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Guida dello Sri Lanka fotografata dal marito a Colombo.

Non so quante volte l’ho raccontata questa storia.

Quando arrivammo a Goa negli ultimi giorni del monsone, non ci eravamo resi conto razionalmente di cosa avremmo visto e vissuto.

Convinti che il monsone fosse solo una pioggia più forte del solito e più continuativa, dal taxi che prendemmo in aeroporto ci facemmo lasciare dietro una duna oltre la quale iniziava la spiaggia di Palolem. Ricordo che all’inizio quasi non notammo il fatto che, avanzando verso il mare, dovevamo scavalcare una miriade di detriti ma poi, quando arrivammo sulla spiaggia, capimmo.

Lo scenario era apocalittico, baracche distrutte per terra, rami di palme spezzati, detriti di ogni tipo. In una parola: devastazione.

In quel momento non pioveva, la sabbia era terra bagnata ed il mare era fragoroso.

Fu solo la notte che però capimmo effettivamente che cosa significa vivere in un piccolo paesino durante il monsone. Nella nostra guest house, che pure era in muratura, c’era così tanta acqua nell’aria che gli asciugamani in bagno erano bagnati, il materasso era bagnato, il cuscino era bagnato. I capelli non mi si riuscivano ad asciugare in nessun modo, il phon era totalmente inutile.

La notte piovve di nuovo. Ci svegliammo di soprassalto per il rumore fragoroso delle gocce sulle foglie larghe e verdissime di una pianta accanto alla nostra finestra. L’indomani non c’era un centimetro di strada libero dall’acqua per camminare.

Per tutto il tempo che stemmo lì non ci si asciugò praticamente mai nessun vestito, tanto che quando poi tornammo a Mumbai avevamo l’impressione di avere un nugolo di moscerini che ci giravano attorno, un po’ come Pig Pen di Snoopy.

Che a Colombo ci fosse il monsone adesso già lo sapevo, ma mi è bastato ricevere questa foto stamattina perchè provassi anche io di nuovo la sensazione di essere inumidita.

Capirete allora che, quando il marito mi ha telefonato dallo Sri Lanka oggi pomeriggio e mi ha chiesto se ero uscita e com’era il tempo a Roma, prima di rispondere ho cercato conferma fuori dalla finestra: goccioloni di pioggia che si abbattevano rumorosamente sui vetri e vento che scuoteva le cime dei pini del nostro condominio.

E dunque gli ho risposto: “Il tempo, dici? Guarda, niente male…”

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