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mezze misureA volte mi dimentico quanto mi sono disabituata alle mezze misure.

L’altro giorno mi sono persa a leggere un post della sciagurata GraziaBalle, che-dio-ve-ne-scampi, in cui raccontava in un modo divertentissimo l’homo evolutus ed il telefonus cellulare mancante (leggete qui) e ho pensato che ha letteralmente messo in prosa alcune cose a cui penso abbastanza spesso ultimamente, ossia quanto lo stile di vita che, senza quasi meritarcelo, ci è piombato addosso negli ultimi anni ci ha sì cambiato la vita, ma ci ha anche abituato sempre meno a saper convivere con le mezze misure.

Se volete, possiamo partire da un tema sul quale ho una mia particolare sensibilità: quello del telefono, per l’appunto. La casa in cui ho vissuto quando ero piccina picciò era molto molto grande e c’era un unico telefono di bachelite grigia, nella stanza che chiamavamo “anti-cucina”. L’anti-cucina era sì accanto alla cucina, è vero, ma  era però lontana da tutto il resto: non so come sentivamo lo squillo del telefono e non so in quanto tempo riuscivamo a raggiungerlo per rispondere. E pure, evidentemente sopravvivevamo. Tanto l’unica che ci chiamava era Zia Caterina che non ci diceva quasi mai niente di interessante.

Nella casa in cui ho vissuto la mia adolescenza, pensate, avevamo nientepopodimeno che il duplex con una famiglia con due ragazzi di vent’anni del nostro stesso palazzo. Non è che a quel tempo avessi molte persone da chiamare, ma ogni volta che alzavo la cornetta il telefono era staccato, perchè lo stavano usando gli altri, motivo per cui passavo i miei pomeriggi ad alzare e abbassare la cornetta, con l’unica finalità di intossicargli la telefonata (perchè avrebbero sentito un clic strano e continuo). Oh, considerando che non mi drogavo, avrò avuto almeno il diritto di fare questo, no?

Nel crescere, poi, ho diasporato per migliaia di telefoni pubblici a gettone prima e a scheda poi, che uno non se lo ricorda, ma era una vera tragedia se la casa in cui chiamato aveva la linea occupata, perchè dovevi rimanere in piedi accanto al telefono e comporre il numero, ri-comporre il numero, ri-comporre il numero… E a me dopo la seconda volta iniziava puntualmente a scapparmi la pipì. Ops, che ho detto!

Però, c’è da dire che all’epoca ero un vero animale da mezze misure, capace di vivere benissimo in quella zona di grigio che non è nero e che non è bianco.

“Se lo chiamo e mi risponde, bene. Se la mamma mi dice che è uscito, allora lo sentirò domani, pazienza”. “Se hanno finito quel libro lo ordinerò. Se ci vorranno 3 settimane per averlo, pazienza”. “Se non sono riuscita a registrare quel film sul videoregistratore, aspetterò che lo riprogrammino, pazienza”.

E adesso in questa zona grigia non ci so stare più.

E’ anche vero che la vita, nella sua quotidianità, è radicalmente cambiata, ma è sempre più vero (almeno credo) che poter avere tutto a disposizione e soprattutto poterlo avere subito ci abbia disabituato al “poi vedo” e negli ultimi anni dobbiamo convivere con una frustrazione tutto sommato recente nella storia dell’umanità: quella che deriva dall’essere abituati a dei tempi “sintetici” per avere/fare le cose e non sapere più aspettare i tempi “naturali”.

Io ci provo a rispolverare la mia vecchia capacità di sguazzare nelle zone di grigio con disinvoltura e, vi assicuro, cerco di disabituarmi a questa realtà del tutto e subito, del bianco e nero.

C’è solo una cosa su cui non sono disposta a transigere: i bidet devono avere il miscelatore, perchè l’acqua la voglio calda e soprattutto voglio che sia calda subito.

 

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