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solitudini triestine

Mi duole dirlo, ma non avrei mai pensato che sarebbe arrivato il giorno in cui avrei dato ragione a Luca.

Dal momento in cui l’ho conosciuto, il primo giorno dell’ultimo anno del liceo, mi ha sempre fatto delle cattiverie inenarrabili e quelle di cui non fu attore (quelle a cui si aggrappa quando lo accuso) sono convinta che fu con tutta probabilità il mandante. Tanto lui negherà sempre fino alla fine dei tempi.

Insomma, tra le tante cose che scoprii di lui alla fine del 1997 ci fu anche una sua strampalatissima teoria con la quale cercava di svangare almeno un 5- in Greco, quando anche un voto del genere sarebbe stato un miraggio data la sua media.

In un’interrogazione (neppure ricordo se ebbe la faccia tosta di offrirsi senza neppure attendere di essere chiamato) sostenne, in modo molto professionale, che uno degli elementi fondanti della poetica di Callimaco, che sottendeva quasi tutte le sue opere, era la forte convinzione della teoria dello Squalo senza amici, ossia quel profondo senso di mancanza che permea l’intera esistenza degli squali che, spinti da una natura più grande di loro, contro cui non possono combattere e che certamente non possono cambiare, finiscono per mangiare tutti i pesci con cui avevano cercato in precedenza di stabilire un legame.

Una metafora per tratteggiare un dramma ineluttabile dell’uomo.

Poi, però, si fece prendere la mano e penso di aggiungere che aveva saputo che Callimaco copiava le opere dal nonno e tutta l’interrogazione iniziò a vacillare.

Oggi, a distanza di tanti anni, mi rendo conto che, mutatis mutandis, la sua teoria strampalata ha la sua dose di verità. Chi lavora in Risorse Umane, per quanto possa aver pensato di costruire legami, è esattamente come lo Squalo senza amici: o fagocita o viene fagocitato.

Dovrebbero scrivercelo nella lettera di assunzione e darci un’indennità extra, se fa parte dei rischi del mestiere.

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