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Solitamente col marito siamo quelli delle imprese impossibili.

E mettersi in testa di entrare a casa nuova il secondo fine settimana di ottobre, considerando che i lavori sarebbero dovuti finire a fine agosto, è una di quelle.

Ora siamo agli sgoccioli, o quasi, nel senso che è vero che mancano ancora i bagni, i pavimenti, la cucina (che dovrebbe essere costruita in muratura, piccolo particolare) e le mattonelle, ma l’inguaribile ottimismo del nostro muratore ci spinge a credergli.

E quindi, proprio perchè gli vogliamo credere, ci stiamo azzuffando sui colori.

Il marito inizia sempre ogni frase dicendomi: “I colori li scegli tu, tu che sei quella brava tra i due.” E quando non mi vede convinta, perchè in effetti quella dei colori è una scelta impegnativa per essere demandata ad un’unica persona, lui rafforza il concetto e aggiunge: “Guarda non serve neppure che io li veda, fai tu per cortesia!”.

E poi parte la zuffa, come due draghi di Komodo.

E’ che siamo abituati male. Ci siamo sempre intesi su tutto non proprio al primo sguardo, ma almeno alla prima discussione io e il marito, quindi in questa situazione non ci sappiamo stare.

Prima di spostarci dai suoceri abitavamo in una casa minuscolissima, è vero, in cui però il colore faceva violentemente da padrone. Quello che amavo di più era l’arancione spazzolato con pagliuzze dorate che avevamo in salotto. Detto così sembra distinto quanto il bagno di un albergo a ore, ma vi giuro che era meraviglioso quando il sole inondava la stanza (oh, vivere al quartopiano avrà pure avuto dei vantaggi) e sembrava di vivere in una dependance della Domus Aurea.

Ma qui, insomma, in questa casa nuova a nessuno dei due va molto di osare: non parliamo di colorare stanze intere, ma di usare il colore per fare qualche sottolineatura, per mettere qualche accento.

E però niente, non ci troviamo proprio. Ne parliamo in auto, a cena, al telefono, via skype. Quando io sono a Napoli e lui è a Budapest, quando sono a fare la spesa e quando lui cambia Bibi. E parte puntualmente la zuffa.

Quando io dico al marito: “A” lui dice “No, B”. Quando io dico “C” lui dice “F”. Facciamo passare un giorno, ci riproviamo, ma niente: zuffa.

Abbiamo trascinato questa cosa quanto abbiamo potuto, però ieri era il limite massimo e dovevamo decidere. Siamo andati a mangiare un pezzo di pizza a casa nuova, seduti per terra tra cemento e rubinetteria. Ognuno di noi era armato di mazzetta di colori, la dissennatrice babaleggiava solitaria (Ba, Ba, Ba, Da, Da, Ba, Ba, Ba, ….).

Fino a che non ci siamo guardati e, come due cowboys dei film americani, siamo entrati nella prima stanza con mazzetta alla mano e ci siamo messi uno di fronte all’altro, sparandoci seccamente i codici di colore da usare. Oh, su quella stanza ci avremo litigato per due settimane almeno.

“Io qui voglio un bel colore acceso, 1126-3!!”

“Ebbasta co’ sto colore acceso: ti ho detto che qui voglio sta tinta pastello, 1126-3!!!!”.

Esseri umani e colori danno vita ad una strana dinamica: non è necessario essere daltonici per interpretare le tinte a modo proprio, chissà cos’è che scatta, ma spesso i colori ci parlano in modo differente.

Detta questa grande verità, il più è fatto.

Corridoio e stanze di un bianco disarmante. Stanza nostra con una parete 1126-3, stanza di Bibi con una parete colorata fino ad un metro e mezzo col 1097-3. E la cucina con un angolo 1088-1.

E voi che ne dite, questi colori vi piacciono?

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