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Va tutto bene, anzi va bene tutto: non ho mai pensato di fare guerre di principio e generalizzate contro il ciuccio in quanto tale.

Se dovessi dirvi, per come vedo che allevia i momenti no, qualche volta ho pensato che non sarebbe male istituzionalizzare anche un ciuccio per gli adulti.

Certo è, peró, che da quando la piccola dissennatrice ha iniziato a rispondere come Don Lurio alla domanda “Come va?”, ossia dicendo: “Ciuccio bene, ciuccio bene”, puranco a me (che non sono una mente sopraffina) qualcosa ha iniziato a puzzare.

Ed in effetti da lì a pochi giorni abbiamo raggiunto il culmine, quando Ella, rapita dall’estasi del sughetto delle polpette, è corsa a recuperarlo nella sua culla e ha iniziato a fare la scarpetta col ciuccio.

Messaggio ricevuto forte e chiaro: era arrivato il momento di porre qualche limite.

Ora lo sappiamo tutti, Felicetto compreso: il ciuccio si usa prevalentemente per la nanna e per superare qualche momento di grave frustrazione. 

Felicetto, per dirla tutta, conosce momenti di grave frustrazione principalmente quando ha il ciuccio, perché scambiandolo per una grande caramella mou, si danna di non riuscire ad ingurgitarlo tutto. La stazza non è acqua, ma poi con un tozzo di pane raffermo gli passa tutto.

Ma per tornare alla mia adorabile dissennatrice, facendo parte della generazione post-digitale, non mi sembra che si perda d’animo per questo improvviso razionamento del ciuccio.

Quando non lo può avere fisicamente, ultimamente mi chiede: “Mamma, ‘o poi disegnare un ciuccio?” e quando, storto o morto, lo vede in effige, mi guarda con aria angelica e mi dice: ” ‘O potto pendere quetto?”.

Mi vedo male. Mi vedo molto, ma molto, ma molto male. 

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