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La fine dell’estate è sancita dal primo viaggio di lavoro in cui parto per NY e già so che non prenderò il fuso di NY. E in cui torno a Milano, e già so che non prenderò il fuso di Milano…

Insomma, solita me: sempre in debito di sonno, a qualsiasi latitudine.

Parto.

A casa i saluti sono strazianti. Per una volta non sono io.

Negoziamo che porto con me Stendino, un coniglio di pezza. Stendino è davvero un nome improponibile, ma pare che lo abbia scelto lui… E comunque sempre meglio di Asciùgaman, l’aquila, a cui il nome lo hanno imposto loro.

Arrivo al gate, ritardo di un’ora e mezza. Evvabbè.

Entro in aereo, prendo posto.

Poco dopo di me sopraggiunge un signore di mezza età. Francese, che però parla italiano con uno strano accento americano. Si sistema mentre anche io mi sto ancora sistemando.

“Mi fa un po’ di posto sul tavolino, lo ha preso tutto lei”.

“Certo, ha ragione”.

Sposta cuscino, coperta, cuffie dalla poltrona… “Terribile, tutto avvolto nella plastica su questo aereo! …scusi, sa sono molto preoccupato per il futuro del nostro pianeta”.

“Vero…”

“Molto, molto preoccupato. Ho paura nell’immaginare che mondo sarà”.

“…pensa ai suoi figli?”.

E lui, che si era a questo punto lasciato cadere nella poltrona, rimettendo a posto gli occhiali nella loro fondina, mi risponde distrattamente: “No. Penso a me quando mi reincarnerò”.

A questo punto mi metto comoda anche io.

Sarà un viaggio top, ne sono sicura.