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ho perso le parolePer una disorganizzata come me, che ha sempre vissuto tra le nuvole, più aumentano le cose da fare, da pianificare, da analizzare, da far quadrare, più spariscono le parole. E’ un’equazione matematica, da un lato aggiungo e da un lato tolgo, niente di più semplice.

Fittissima giornata di lavoro con annessa valutazione sull’eventuale chiusura della mia sede aziendale? Ecco che la mattina a colazione mi sparisce la parola “caffè” e quindi il dialogo con il marito è più o meno il seguente: “Ci pensi tu a preparare il coso?” “Il coso cosa?” “Il coso, dai…” “Non ti capisco, parli di Bibi?” “No, no, il coso, quello nero…”

Se oltre alla giornata di lavoro ci aggiungo la necessità di incastrare un apputamento da Lupin, il nostro medico di base totalmente irraggiungibile che mi comporta milioni di telefonate senza risposta e diverse ore di appostamento in piedi, allora mi sparisce anche la parola “bavaglino”: “Hai messo a posto tu la cosa di Bianca?” “Ma cosa?” “Ma dai come cosa? Dai, dimmi dove lo hai messo?” “Ma guarda se mi devi fare impazzire a prima mattina, ma dove ho messo coooosa????”

E le cose procedono esponenzialmente all’aumentare degli incastri e dei pensieri.

A volte le cose peggiorano, perchè le parole mi vengono in mente, però non sono le parole esatte. E quindi la mia collega mi porta la stampa del documento invece di farmene una scansione, il salumiere mi aggiunge 100 gr di prosciutto crudo assieme al cotto che mi sarebbe invece servito ed il marito, poooovero, torna a casa con l’ennesima bottiglia di latte, che siamo costretti a mettere in frigo accanto a quello che avevo comprato anche io qualche ora prima, e per la sera non abbiamo pane.

Passerà, ne sono convinta. In aggiunta ce la metto tutta facendo uno sforzo sovraumano di attenzione.

Non me ne preoccupo, mi è già capitato in passato. Solo che è la “portata” di questo fenomeno che è davvero spiazzante.

Ed è proprio in un momento come questo che invidio chi è sempre stra-presente a se stesso e trova sempre il modo di esprimersi in qualsiasi contesto, in qualsiasi situazione… ed in qualsiasi lingua. E mentre lo scrivo penso ad una vecchia badante di mia nonna, signora sessantenne polacca, bassa, estremamente corpulenta, vestita sempre con pantaloni a pinocchietto e scarpe blu ortopediche. Aveva, come si suol dire, un occhio indipendente. Era una donna estremamente di polso, ma dico estremamente di polso, era ossessionata dalla morte e ne parlava sempre (non era l’attitudine ideale per fare la ba-dan-te!)

Parlava poco e male l’italiano, pur vivendo in Italia da più di vent’anni. Un pomeriggio di tanti anni fa entrò in stanza di mio padre che risposava sul suo letto, dando le spalle alla porta, e gli disse: “Franco, io nuda, tu dare trenta euro“.

Lei intendeva semplicemente: “Sto uscendo, non ho soldi quindi anticipameli tu”, ma fu tale il terrore di mio padre, che nel dormiveglia aveva frainteso, che da quella volta, iniziò sempre a chiudersi a chiave quando voleva farsi un riposino.

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