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Il fatto è che uno si immagina che quando ci sono delle piccole iniziative internazionali, ci sia un po’ più di risonanza in città. E invece oramai ho capito che il fenomeno è inversamente proporzionale: più interessante e nuova è l’iniziativa, meno se ne parla. D’altra parte non fa una piega.

L’unica salvezza è avere amici che spacciano informazioni di contrabbando… e io fortunatamente ne ho!

Domenica 15 aprile era arrivato in città un uomo un pochino strano, devi dire brutto, che indossava una felpa-nera-con-coltelli e che aveva un pupazzo rosso accanto a sè. Quell’uomo era Gary Baseman, che per molti rappresenta una vera icona pop surrealista.

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Che sia un’icona lo confermano tanti fatti, non so se lo conferma anche che molti di voi lo conosceranno sicuramente per le sue opere, pur non associandole a lui. Oppure se lo conferma che addirittura mio marito, che nel leggere queste righe e nel controllare immediatamente su Wikipedia i momenti salienti della vita di Baseman, alla fine si renderà conto di aver visto molte sue opere a Berlino. Ma comunque è indiscutibilmente un’icona, anche se non lo confermasse niente di tutto questo.

Vi dirò che a me i suoi lavori non sempre piacciono (e questo ovviamente gioca a suo favore), però devo ammettere che ha un grande talento nel disegnare contemporaneamente su due piani “visivi” diversi con i quali l’osservatore (bontassùa) dovrebbe giocare: uno che trasmette serenità e l’altro che trasmette tormento. Il fatto è che io, dopo un istante, vedo solo il tormento e per me il gioco è fatto.

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Bè, comunque, checchè si pensi di lui, domenica mattina dipingeva su un piccolo muro del Quadraro. Non so ancora quale sia l’aspetto finale della sua opera né so cosa ne penseranno adesso gli abitanti del quartiere, né tanto meno so quanto sopravviverà senza la consueta aggiunta di “Digos Boia” (vedi a  sinistra nella foto), ma so che questa iniziativa di coinvolgere artisti italiani ed internazionali mi piace moltisismo e so che avremmo dovuto essere almeno cento persone e non solo dieci come eravamo e so che se Roma si aprisse a progetti del genere ci sarebbe solo da guadagnare…

L’ultima cosa che so è che Basecamp aveva in mente un progetto a tinte tetre, diversamente dal suo repertorio. Infatti in tutta la mattina le cose più colorate che sono riuscita a vedere sono state le sue aranciate, nonostante abbia lasciato impronte nere di vernice anche lì!

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