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Prendendo spunto da quello che diceva Raimondo ieri nel suo commento, così come le uova negli USA, in Italia (oltre al latte) anche il caffè ognuno lo vuole diverso.

Sul caffè si deve sospendere il giudizio, ognuno lo può chiedere come vuole. Il caffè è un momento intimo, è un diritto inalienabile e va lasciata libertà di coscienza.

Bar, moka, macchinetta semi-professionale casalinga (quella di Luca è insuperabile… Luca, a proposito, c’è ancora il piattino sulla mia tazzina?) nessuno può sindacare le vostre abitudini, a meno che non prendiate il caffè solubile o che non aggiungiate un cubetto di ghiaccio nella tazzina calda (come faceva un’amica di mia sorella…).

A Roma, generally speaking, il caffè sa di bruciato e questo fa sì che ne bevo solo uno al giorno. Però (senza arrivare alle mani con il barista) lo puoi chiedere schiumato, macchiato caldo o macchiato freddo, al vetro, lungo, ristretto, appannato (sic! ossia con panna). Qui le tazze sono quasi sempre fredde (o al massimo tiepide) e non rischi che le labbra si incollino alla ceramica, come invece a Napoli, dove però il caffè è una gioia intensa. Le macchinette automatiche degli uffici, per finire, dovrebbero essere denunciate per violazione dei diritti dell’uomo.

Mi raccomando, non mi fate i naif sull’acqua! Se il caffè è buono va bevuta prima (per preparare la bocca al gusto), ma se il caffè è cattivo… conservatevela per dopo!

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