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Federico Rampini a Garbatella.jpg

L’altra sera, in un evento leggermente surreale, Federico Rampini ha lasciato il razionalismo dei grattacieli di NY per venirsi a sedere tra un gruppetto di una quarantina di vetero comunisti di età avanzata nel barocchetto di Garbatella.

E, surreale nel surreale, a questo incontro sono andata anche io, di ritorno dal mare, con capelli scompaginati e una specie di prendisole d’altri tempi. Considerando che tutti (sarà per l’età) avevano una giacca di filo e io il prendisole di cui sopra, a metà serata non avevo proprio più niente da ridere, tanto l’umido.

Vabbè, Rampini è Rampini, che vi piaccia o no. In poche parole ha raccontato con qualche pennellata la sua visione del mondo, della crisi, dei rapporti di forza attuali tra i paesi, della finanza internazionale, dello stato sociale attuale e della sua necessaria evoluzione e a sentirlo parlare si rimaneva incantati. Io almeno, perchè c’erano alcuni vegliardi che per l’occasione avevano comprato il libro in precedenza, lo avevano letto e al momento delle domande andavano vicino-vicino-sotto-sotto al palco per apostrofarlo: “Rampì, io questa cosa la volevo trovare nel tuo libro e tu non c’è l’hai messa…”

E lui rispondeva con un aplomb d’altri tempi.

Del suo discorso, mi ha colpito molto un aspetto legato al parallelo tra la crisi del ’29 e la crisi attuale. Oltre al fatto che in questa crisi economico/finanziaria si aggiunge una crisi morale del mondo e dei valori occidentali che sicuramente non è da poco, Rampini evidenziava come nel primo caso i grandi imprenditori non avessero molte vie di fuga dai paesi in cui facevano business, quindi lo stato aveva in qualche modo più potere negoziale nei loro confronti, perchè fallendo il sistema capitalistico negli Usa, ad esempio, tutti prima o poi sarebbero andati a picco.

Diverso è oggi, dove il potere industriale è sempre più connesso al potere finanziario e che entrambi questi aspetti (sia produzione che finanza) hanno apparentemente molteplici vie di fuga dai singoli paesi, grande spauracchio soprattutto per quelli che intendono regolamentare le attività in un modo troppo restrittivo o poco conveniente. I grandi poli industriali, dunque, sotto alcuni punti di vista giocano come se avessero in scacco i paesi in cui si appoggiano e sono pronti a migrare (anche sfacciatamente come Arnault in Francia) per mantenere alcuni requisiti minimi di flessibilità, di pressione fiscale, di privilegi.

Se tutto è globale, allora è solo una rete di stati che può affrontare la situazione, il singolo stato non ha più strumenti, forze e le capacità di dare le risposte adeguate e non farsi schiacciare. E con lui di non far schiacciare tutto l’insieme dei cittadini.

E poi mille altri spunti importanti, il fallimento dell’attuale stato sociale, quanto contano le ideologie nel voto ancora oggi, la società civile sempre più a clessidra, le leggi ambientali USA degli ultimi anni, l’India, il Brasile.

Interessante.

Certo, devo confessarvi che la mia partecipazione è stata un po’ inquinata da una lunga lite con amici la sera prima sull’elemento fondante del pensiero di Rampini ovvero se è o non è un uomo affascinante.

La sera a cena le due fazioni hanno raggiunto una tale inconciliabilità di pareri che se non cambiavamo discorso si arrivava alle mani.

Ora io l’ho visto. Ero vicina. L’ho osservato bene. Mi sono fatta un chiaro parere in merito. Ma non sto a dirvi, tanto so che voi siete persone serie e di queste cose non vi interessa niente.

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