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nascondinoLa piccola dissennatrice, all’alba del suo anno e mezzo, punta più su altre qualità che su quelle della “lallazione”, per dirla elegantemente col mio amico Lonfus.

La natura fa il suo corso, però, e da qualche tempo mamma non sta più ad indicare la banana, il cesto della spazzatura, l’orsetto ed il portapannolini. Da qualche tempo mamma, se permettete, sono io.

Papà è sempre stato papà e dopo aver superato il trauma che in questo sono mesi che il marito mi dà una pista, sono riuscita ad usarlo a mio vantaggio, perchè questa affinità elettiva mi ha leggittimato per lunghi mesi a dirgli: “Cambiale tu il pannolino, tesoro, lo vedi che dice papà?”.

Adesso, però, sembra che ci abbiano messo su un rullo trasportatore un po’ obliquo di una grande industria alimentare: noi ci percepiamo seduti e fermi, ma visti dall’esterno, invece, avanziamo irrimediabilmente ad una velocità costante, le novità ci travolgono senza che riusciamo a fermare gli ingranaggi per poterle assorbire come si deve, per poterle (vuoi vedere mai!) assaporare.

In principio fu ciuccio, poi fu papà e pappa.

Successivamente è comparso mamma legato-inscindibilmente-a-me, poi ha detto caduto (che però nei tre quarti dei casi significa l-a-n-c-i-a-t-o), apètto e àpi-àpi (aperto e apri, apri).

Allora è stata la volta di aaaazi-è (grazie), ciààààààààààààààà (ciao), poi pappe (scarpe), poi quaqua (acqua), poi pààààààà (palla) e bibi (bimbi).

Ti (si), nuuuuu (no).

L’altra sera è spuntato a sorpresa oio (oro – chi commenta è morto), tanto che quasi come fosse alla ricerca dell’Eldorado, ultimamente si informa su tutto: “Mamma, oio?” “No amore, quella è plastica”. “Mamma, mamma, oio?” “No amore, quello è il frigo…” e così via.

La parca dissennatrice non si spende per frasi più articolate, tranne che per l’unico motore immoto della sua vita, il ciuccio.

La sola vera frase di senso compiuto che le sento dire, infatti, è quando torna a casa con la tata e me la viene subito a denunciare per il fatto che non le ha voluto dare il ciuccio lungo la strada.

Corre da me con i piedi a papera e mi urla: “Mamma, mamma, mamma, ciuccio boh?“, allargado le mani a mo’ di stupore.

Ieri sera la nuova pietra miliare: scarabocchiava qualcosa con un pastello rosso a cera su un foglio bianco. Prende il foglio, lo gira, lo rigira, lo rimette dritto, fa un’ultima linea sottile sottile, poi si alza da terra e corre col foglio e col pastello da me.
Mamma, mamma, tippitèèèèè-tteti!!!!

Meraviglia delle meraviglie: mia figlia mi vuole parlare.
“Bianca, amore, che vuol dire “tippitèèèèè-tteti” che io non lo so?”
E lei, dopo un piccolo sbuffo di disapprovazione, mi afferra la faccia con la sua manella tutta sporca e mi urla a 3 centimetri:
“Maaaaaamma!!!!!!! Tippitèèèèè-tteti: papììììììì-teeeeeeeeeeeeeeeeeeeee!

E’ stato un momento di sconforto, ma non mi sono sentita sola.

Ricordo benissimo quando, qualche anno fa, a Napoli un amico aveva in casa dei muratori campani di origine non meglio identificata.

Uno di loro, ad un certo punto, parlando di un altro tipo gli disse: “Chill è nu maflòòòòne“.
E quando lui chiese: “Che vuol dire maflòòòòne?” l’altro, con aria di sufficienza, glielo spiegò: “Maflòòòòne vuol dire zòzaro“.

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