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genoveseGuardate, me lo dico da sola che è vergognoso mancare dal blog per così tanti giorni e tornare alla ribalta con un post sulla cucina. E’ indegno. E’ violento. Dovreste prendere provvedimenti.

Fatto sta che in questi ultimi giorni, in cui ho lavorato pochissimo e mi sono potuta organizzare il tempo in altro modo, la situazione è precipitata. Intendo, con questo, che avevo tante di quelle cose da fare, ma credetemi, anche cose banalissime, che le giornate si sono riempite all’inverosimile e che il tempo (anche solo mentale) mi è sembrato scarseggiare. E quindi è scattata automaticamente la fatidica domanda: “Ma com’è che quando lavoravo avevo quasi più tempo di adesso…?” E pensare che l’affittuaria è ancora molto discreta, figuriamoci quando potrà dire la sua…

Ma andiamo per ordine, perchè ci tengo a spiegare quali meccanismi mi sta facendo scattare questa rivoluzione tolemaica, più che copernicana:

  1. Passare parecchio tempo a casa mi fa venire voglia di imbarcarmi in quei macro progetti di ri-si-ste-ma-tiz-za-zio-ne profonda (è inutile limitarla all’armadio o alla dispensa, parliamo in generale degli spazi tutti) che se non lo avevo mai fatto in 6 anni di vita in casa è evidente che non doveva essere casuale;
  2. Passare parecchio tempo a casa fa mi venire voglia di catalogare qualsiasi cosa possa essere catalogata e di inventare modalità di catalogazione per le cose incatalogabili, con scarsissimi risultati naturalmente;
  3. Passare parecchio tempo a casa mi fa venire voglia di fare liste. Liste di cosa? Liste di cose da fare (lo so, è geniale, probabilmente servirà un post a sé);
  4. Passare parecchio tempo a casa mi fa venire voglia di lavare. Di lavare qualsiasi cosa. Anche cose pulite (“Hai visto la mia maglietta per dormire?” “Quella nera?” “Si!” “L’ho lavata” “Ma l’avevo messa pulita ieri!!!!”). Anche cose non lavabili (il marito appena adesso riesce a rinfilare il proprio piede nelle sue storiche pantofole di Muji, dato che ci hanno messo diversi giorni ad asciugarsi completamente. Ah, certo, il piede entra tutto ad esclusione del tallone, ma sono dettagli);
  5. Passare parecchio tempo a casa fa venire voglia di finire le scorte. Quanti mandarini ho a casa, nove? Bene, perfetto, perchè avevo voglia esattamente di 9 mandarini, e così via. E poi fa venire voglia di cucinare.

In cucina mi sto imbarcando in progetti imponenti, principalmente votati al recupero della tradizione partenopea in cui, come si sa, tra le altre cose il tempo è uno degli ingredienti necessari e quindi questa nuova condizione di casalinghità mi è proprio perfetta.

Al momento abbiamo all’attivo pizze lievitate di vario tipo, paste di tradizione, babà e poi lei, la signora: la genovese.

E allora vi confesso che questo post nasce anche in risposta al fatto che, così su due piedi, domenica non sono riuscita a spiegare a Francesca come si prepara una (finta) genovese. E allora, mi scuso con cuochi migliori di me di cui ho letto le ricette recentemente, ma ecco come preparo io la mia:

1kg di cipolle, 2 carote, 2 coste di sedano; 1 rametto di rosmarino, olio, sale&pepe e brodo.

Trito carote e sedano e li faccio soffriggere in un po’ di olio. Aggiungo le cipolle (bianche o ramate) tagliate grossolanamente, ma a spicchi non molto spessi, aggiungo pepe e poco sale e copro lasciando cuocere a fuoco bassissimo per far sì che le cipolle rilascino la loro acqua. Quando l’acqua si asciuga, allora aggiungo un po’ di brodo, fino a che il sugo non è tutto totalmente disfatto e le cipolle hanno preso un colore marrone scuro. E poi controllo il sale, che puntualmente manca. Meglio così.

Come vedete, e come vedi anche tu Francesca, ci vuole un attimo a fare la genovese. Solo che l’ultima volta, per ottenere l’effetto desiderato a fuoco bassissimo, l’attimo è durato 7 ore.

 

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