Acqua cheta

acqua cheta 1

Andò più o meno così: era verso la fine dell’ultimo anno di liceo, anche l’unico che potrei raccontare di quella classe, perchè prima studiavo altrove. Uno dei nostri compagni, un ragazzo tranquillo, senza infamie e senza lodi, chiese il permesso di andare in bagno, il permesso fu accordato ed il Signor L. uscì. Quanto tempo restò fuori è diventato leggenda. Forse saranno state quasi due ore, forse un po’ meno, fatto sta che nella tradizione orale successiva questa assenza ha assunto un’aurea epica, simbolica, quasi di rivalsa. 

Quando il signor L. tornò in classe come se nulla fosse successo, non era passato un semplice intervallo-di-tempo, avevamo tutti assistito al great divide: si era segnata un’epoca, si era varcato un confine. Lui, buono buono, fu il primo tra noi ad aver capito che i tempi stavano cambiando, che anche i professori stavano allentando la morsa e che quello che fino al giorno prima non sarebbe stato tollerato, da quel momento diventava tollerabile. Da allora in poi, esplicitamente la classe era libera di fare quello che prima rubava di nascosto: di stra-fare.

La professoressa ci provò a riprenderlo: “Signor L., ma che hai fatto? Ma quanto sei stato fuori?” e lui, senza perdere la sua seraficità, aggiustandosi il ciuffo che portava con la riga al centro (“quanto somigliava a Banderas!!!” direbbe ancora mia madre se le pronunciassi quel nome), rispose: “Ma che vuole, non capisco, questa è la prima volta che sono andato in bagno dall’inizio dell’anno… ho recuperato”.

Non ci fu da ribattere. Si sedette al suo posto, ritornando sotto al suo mantello dell’invisibilità per quello scampolo di tempo che ancora restava fino agli esami.

Ecco, io mi sento molto come il Signor L. da qualche settimana.

A volte mi viene da pensare che alcuni di noi siano “acque chete” solo fino a che non hanno l’opportunità di strafare, e quando questa opportunità arriva, nel dubbio, strafanno. Sto parlando di persone tra noi che, in perfetta buona fede, passano una vita ad immaginarsi diversi e poi, alla prima occasione, seguono una vena che non credevano di avere; una vita a giudicare chi si trova in una posizione diversa dalla propria e a dire: “Ah, fossi stato io al suo posto non mi sarei comportato così…”, “A me queste cose non potrebbero capitare…”, “… mi conosci, non sono certo il tipo!” e cose del genere e poi alla prima occasione sono capaci di aggiornare il proprio modello valoriale e di permettersi cose che, in linea teorica, non avrebbero permesso ad altri.

Ho l’impressione che tanti di noi (certo, chi più chi meno) per forza di cose girino ad una velocità superiore a quella che sarebbe stata la propria naturale velocità interna. E, per poter sempre sapere dove ci si trova, si riconducono le cose a delle categorie tagliate con l’accetta, ci si aggrappa a certezze sommarie e a giudizi predeterminati perchè non si ha il tempo di ascoltarsi caso per caso.

Io non ho mai strafatto particolarmente, l’unico vero eccesso è stato decidere, un attimo dopo esserci messi insieme, di assecondare a qualsiasi costo l’amore sfrenato che sentivo per quello che sarebbe poi diventato il mio severo padrone di casa, il mio adorato marito e poi (da quando dividiamo la vita con Bibi) un uomo distrutto che gira per casa con le copie smangiucchiate dell’Internazionale chiedendo: “Ma con quale criterio tua figlia riesce sempre a mangiare le ultime pagine dell’articolo che vorrei leggere e mai le pagine di pubblicità???”

Da qualche settimana, però, sono entrata in una fase in cui le certezze su me stessa stanno vacillando. Ho passato tutta una vita a denigrarla ed a parlarne male, ma ce l’ho da soli 20 giorni e già non riesco più a smettere. Faccio in media quasi due lavastoviglie al giorno, anche se per pudore a volte evito il lavaggio completo e faccio partire solo l’ammollo.

Che c’è di più da spiegare? Anche io ero acqua cheta, ma chiaramente solo perchè non potevo strafare.

36 risposte a "Acqua cheta"

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  1. Povero marito. Nn deve essere facile. Quanto alla tua passione per la lavastoviglie ad essere sincero l’avevo intuita dai tuoi occhi a cuoricino guardando la suddetta in casa nuova e al tuo eloquente sguardo lanciato col marito che, ancorché breve recitava: “Sai bene che a breve codesto arnese entrerà d’imperio nella stupenda super-casa-strafica che stai ingegnando, dunque “facciamo a capirci”: a breve Voglio trovarla materializzata in cucina. E che questo nn mi costi un filo di fiato!!!”

  2. schiava del consumismo… così mi diventerai dopo aver devastato con la tua presenza i Paesi più sfigati del mondo purchè poveri e senza tecnologia, se non militare. Ma quella non vale a meno che non pensiate di comprare una piccola atomica (vedi uno dei fil più belli e sottovalutati di sempre “strane storie”)

  3. Sarei potuta andare avanti a leggere questo post per ore. Dal racconto mitologico dei tempi del liceo, ai giorni nostri con la lavastoviglie, racconta una serie di sensazioni così vicine all’esperienza concreta di tutti. E alla fine ti strappa anche una risata! 😀

    Mai stata un’acqua cheta io. però, se non da bambina. Dopo un avvicendarsi di scelte poco lineari, contraddizioni, cambiamenti repentini. E, ora, mi scopro a cercare i mobili per una casa più stabile di tutte quelle affittate finora. Esiste anche il processo inverso, forse: ci si “cheta”. 😮

  4. Mi piace molto il tuo aneddoto perché da anche la spiegazione del famigerato atto di follia possibile solo alle cosiddette “acque chete”: Stanno solo recuperando in un unica azione una vita senza piccole follie. Didascalica.
    Ovviamente più comprensibile la protesta del Signor L. anche contestualizzandola : Eravamo nel 1968 ! 😉

  5. Cara, capisco che mi sono strozzata con le mie mani!
    Post su post che mi ricordano che c’ho una certa età…
    Età in cui realizzi che non è giusto stare in bagno 4 ore così come è ingiusto non andarci e farsi venire una colica renale per esagerato ossequio al padrone di casa.
    Non è che ci si cheti. Tutt’altro.
    Semplicemente si sovvertono le gerarchie e si ha una percezione di sè diversa da quella dei 30 anni (che peraltro, non rimpiango. E, me lo dico da sola, trovo che questo sia molto bello. Anche perchè a 30 anni ero convinta che a 45 li avrei rimpianti!)
    Quindi laddove andavamo a mille, ora andiamo a 100 e viceversa.
    Solo con più gusto.

  6. è successo pure a me quando ho imparato a fare la massa del pane. non me ne era fregato niente per 30 anni e adesso sto a rota e se mi sveglio di notte penso di andare ad ammassare…
    🙂
    bello questo post!

  7. i nostri amici ci presero molto in giro quando, alla nascita di B, dopo aver resistito con il primo bimbo, decidemmo per l’acquisto della lavastoviglie. il nostro tradizionale neoluddismo era terreno fertilissimo per facili battute sull’ingresso della tecnologia nella nostra famiglia. ancor più facili, sul soprannome che i nostri perfidi amici le assegnarono: la Gina. «stasera niente piatti all’acquaio, stasera “lava gina!”» (…) 😯

    1. Neoluddismo, che immagine meravigliosa. Sai cosa, però? E’ come quando nel film Chocolat Alfred Molina, uomo dal rigore assoluto, viene ritrovato riverso nella vetrina della cioccolateria, privo di sensi in overdose da cioccolato. Ecco cosa ci succede, diventiamo i peggiori.
      La suprema compagna di un mio caro amico ha come appellativo Gina. Dici che dovrei andarci piano nel chiamarla anche io così? 🙂

      1. Ero uno studente modello (secchione). Rientro in classe un’ora dopo la fine della ricreazione perché ero nell’altra quarta a vedere le foto della gita a Barcellona. Il remissivo professore di matematica vuole metterci la nota sul registro e io (con incredibile prontezza) gli dico “Io sono rappresentante di classe: ho l’immunità”. L’ha messa solo a Ivana.

  8. Io ho fatto di meglio. In tutto il liceo, sono entrato in bagno solo agli esami di maturità, per nascondere bigliettini nella cassetta dello scarico. 😀

  9. ahahahahahahahahahaha ma quanto ho riso! XD

    io ho la dermatite alle mani da quanti piatti lavo, per fortuna ci siamo regalati la lavastoviglie per Natale!

    Ti capisco, sai? ma alla fine, tutto cambia. Anche l’amore per le lavastovigli.

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