…ed è subito Yacht!

yacth

La Maddalena ti cambia.

Arrivi dopo una traversata della speranza Milano-Sarzana-Livorno-Olbia-Palau-La Maddalena, che a titolo esemplificativo e non esaustivo include una guidata autostradale in cui, all’altezza di Milano Sud hai già finito la scorta di Ringo che avrebbe dovuto coprire l’intero viaggio, ti sei fermata una volta per una pipì selvaggia sotto ad un viadotto, una seconda volta per un caso sospetto di vomito, hai suturato una ferita a mo’ di cicatrice-di-HarryPotter che l’ultimogenita ha procurato al secondogenito e hai chiesto nuovamente una conferma al marito – questa volta conferma giurata – che davvero non esistono in circolazione autovetture moderne in cui il vetro antiproiettile tra i sedili davanti e quelli di dietro esce di serie.

Ma poi le cose migliorano, perchè dall’altezza di Lodi l’unica domanda a che ti viene chiesta ad intervallo regolare è: “…e adesso quanto manca?”

Bene. Ti ricordi che hai fatto di peggio, quindi sai di potercela fare.

L’arrivo a La Maddalena ti avvicina ai sentimenti che furono dei popoli erranti delle steppe quando finalmente scorgevano all’orizzonte una terra più ospitale, mentre nel frattempo continui a convincere i figli urlanti che no, non sei stata veramente una cattiva-mamma nel mangiarti i Ringo che avevi promesso di portare, che tu sei pure a dieta e che se li sono mangiati loro, i Ringo, ma certo, lo testimonia quella melma bianchiccia sul sedile che è la vaniglia, ma come non è vero, ehi che non si permettessero di dire che sono una bugiarda, ma come è-che-sono-solo-vecchia, ma stiamo scherzando, oh, sarò pur ancora vostra madre o no, ma che diamine.

Ecco.

Sbarchi al porticciolo caratterizzata dall’odore di un gorilla dell’Uganda, con i capelli cotonati atque indistricabili e (ne sei più che certa) più canuta di quando sei partita.

Così tanto più canuta, evidentemente, che il marito – che inspiegabilmente non si è dato alla scrittura dei biglietti di accompagnamento ai mazzi di fiori – ti apostrofa dicendo: “Oh, sai che oggi sembri veramente una strega”.

Strega, strega, strega, strega, mamma-ma-me-li-dai-i-Ringo-o-noooooo?, strega, strega…

E poi inizia la vita di tutti i giorni, quella che io prima di partire mitizzo sempre, ossia il ricreare la tua casa e le tue abitudini in un posto che non ti è appartenuto fino a quel momento e che invece inizia magicamente ad essere tuo per un po’.

E quindi iniziano le docce serali, i pigiamini sotto ai cuscini, l’oddio-abbiamo-perso-il-ciuccio, le polpette di melanzane, la pasta e ceci e le patate al forno. E poi il caffè delle 16 e le infinite costruzioni con il Lego.
Ma inizia anche l’esplorazione “notturna” dei dintorni della casa, la ricerca delle stelle cadenti, il gelato pomeridiano in paese, il peregrinare di Cala in Cala, i bagni sempre nuovi, le camminate, le conchiglie, l’aquilone.

E poi il calore indescrivibile di dividere il tempo con amici lontani.

Ma la classe non è acqua.

E quindi posso dire tranquillamente che non eravamo proprio un modello alla Upper East Side nel presentarci in spiaggia carichi di borse, borse frigo, sacchi di giochi, una busta del pane con la focaccia il cui unto tendenzialmente trasudava la carta oleata e si diffondeva uniformemente sulla pelle della primogenita che infatti spesso luccicava al sole come Lady Gaga.

E poi ancora un secchiello, un coccodrillo formato maxi gonfiato a bocca dal marito il primo giorno di vacanza e snobbato uniformemente da tutti i bambini della spiaggia (che  però ci ostinavamo a voler portare, pur di ammortizzare il fiato necessario per l’operazione) ed un ombrellone di medio bassa qualità e dai colori oggettivamente improbabili.

Ma questa consapevolezza non ci fermava.

Perchè in realtà basta un niente, essere esposti al bello è davvero un rischio: corrompe, corrode, cambia nel profondo. Basta proprio un niente.

E così nei pochissimi momenti in cui riuscivamo a scambiare due parole sulla spiaggia io ed il marito, osservando lo scorcio di mare davanti a noi, con rocce rossastre ed acqua bianchissima, alla fine il nostro discorso andava sempre a parare là:

“Oh, ma tu li hai visti quelli? Ma dai, ma ti pare normale? Cioè, fai tanto il figo e poi che fai, chiami il tuo yacht Texas? No, dico, ma non è assurdo? Neppure mi sembra in legno. Ah, perchè poi non so se hai notato quelle lampade a poppa del secondo ponte, sono blu elettrico anche secondo te? Guarda bene… vero eh? Cioè, che mica quella nuance sta bene col panna… ma non lo so, proprio gente di cattivo gusto…”

19 risposte a "…ed è subito Yacht!"

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  1. I Ringo, brava che me l’hai ricordato, ché dopodomani possiamo pure noi per la stessa trafila: autostrada, traghetto, autostrada, confine, mare, monti….
    Mai dimenticare i Ringo. Domani vado alla Coop e ne tiro su dodici pacchi.

  2. Una ballata, una story-teller (come direbbe Baricco) veloce, divertente ed incessante. Sembra di leggerti a velocità supersonica con tutto questo materiale colorato da ficcare in borsa in fretta.
    Certo la ragione qualche domanda te la fa porre, come: “Ma perchè ‘sto giro per l’Italie e non un bel traghetto Civitavecchia-Palau?” Ma non ci si può fare tante domande quando ti si legge, quando nell’elenco vario compaiono delle polpette di melanzane, come tirate fuori dal cilindro di un prestigiatore . 🙂

      1. Scusami, sono io che non ricordavo gli ultimi tuoi spostamenti, ti davo ancora a Roma, magari con l’ascensore ma mi ero perso il passaggio a Milano.
        Allora posso chiedertelo.
        Ma a Milano, quando c’è la nebbia che non si vede, come si fa a vedere che c’è la nebbia?

  3. Io “quanto manca” dal quarto km da casa, continuo a dirlo tuttora…
    Un po mi getta nello sconforto la rivelazione che per quanto mi impegni non sembreremo mai nemmeno noi dell UES (uppereastside)…ma piuttosto dell UPC (uppercaritá!)

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